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Lo Stufaiuolo 2015

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"Lo Stufaiuolo" by Doni (R): A Synoptic Edition
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Allo Illustrissimo Signor il Signor Iacopo Piccol huomini mio signor sempre osservandissimo
a monte marciano




LO STUFAIUOLO COMMEDIA DEL DONI FRANCESCO
ALLO ILLUSTRISSIMO SIGNOR SILVIO PICCOLOMINI MDLVIIII





Allo Illustrissimo: signore: il Signor Jacopo Piccolhuomini mio signore
Poi
che la cortesia, ha trovato il proprio nido suo nella Casa sempre Illustrissima Et Eccellentissima et che la nobiltá veramente ha posto il seggio ne la persona vostra Illustrissima et degna Io obligatßimo servitore d’un’ si mirabile splendor di sangue et di virtú; vengo con questo debil principio et picciol dono, a presentar’ la Signoria Vostra Illustrissima In sino a tanto che seguendo con maggiore opera, io possi scolpire nelleternitá del mondo, quanto sieno i meriti di quella et il debito della servitú mia
Il Doni


La Scena é la Cittá di Vinegia

PERSONE DELLA FAVOLA
Cesare: et
Maddalena suo donna
Laura moglie di messer Niccoló.
Taddea sorella di messer Niccolo .
Vincenzo inamorato
Caterina fante di Laura
Niccoló vecchio.
Gottardo Stufaiuolo.
Bigio famiglio.
Corrieri
Druda Todesca Cortigiana. et un
Magnano



PROLOGO
SIGNORI Spettatori voi in sieme con tutte queste nobilißime, et bellißime donne siate i ben trovati E son forse sei mesi che io mi accoppiai cosi posticciamente con una bella Cortigiana Tedesca: la quale come udirete ha presa la lingua tanto bene, che la par nata in Italia Io sono Stufaiuolo de primi di questa Cittá per che appicco mirabilmente Cornetti et ho nome Gottardo pur di razza Tedesca; ma sono attalianato benissimo, et per questo credo che la Signora Druda che cosi si fa chiamare m’habbia posto amore & per tenere del sangue del paese meglio sodisfó all’apetito suo: et poi la Carne tira Hora io sto qui a stufare tenendo a camere locande et pur hora come mi vedete sotto questa vesta nudo della stufa io vengo Lei sta qui a canto et in sieme per una porta falsa che lha dietro; entro et esco; et ella accomoda da ogni parte ne letti, i nudi stufati: cosi usiamo ogni masseritia sottosopra lei et io per indiviso
Io son qui, adunque per farvi uno argomento ancora che io non sia spetiale d’una nuova Commedia un caso di poche hore, & spedirovvi tosto poi che ho rizzata la fantasia, a cioche sommariamente la contiene; et non istaró a menare la cosa lenta, o lunga facendovi stentare come fanno i vecchi che dicono le lor cose
adagio agiatamente col tornare hora in dietro, et hora con l’adoppiare le parole onde la risolvono in fummo Porgetemi voi donne da un canto et voi huomini dall’altro gratamente udienza
Uno il quale veste da magnifico s’egli é poi io non lo so stá in questa casa et ha una moglie che tolse per amore Una fanciulla Genovese rubata, con un suo fratello per la guerra poi allevata in casa Sua & si chiama Laura una delle belle giovani di questa cittá Ella ha due amanti, uno stá qui con la mia cortigiana un ricco mercatante, sconosciuto credo io che sia fuoruscito della sua terra: et ha la donna sua chiamata Maddalena la quale sta per governo in casa questo che magnifico si chiama una donna certo da governo In questa mia stufa l’altro inamorato fa non so che rubamenti di panni onde voi vedrete variar molti habiti: alla fine una vedova la quale é sorella di questo che gentilhuomo gli pare essere et é inamorata d’uno di quegli amanti di Laura et lei é cagione che ogni cosa torni a segno La stá qui et da essa in fuori, si travestiscono tutti. Una bella rinvoltura vi prometto Se starete cheti la Commedia vi parrá piu bella et v’insegnerá nelle Stoltitie d’amore a raffrenarvi imparerete a tollerare gli affanni, sempre sperando bene, Conoscerete che non é da fidarsi cosi di donne intutto: sarete cauti nel tenere fante insieme con il famiglio; per che vedrete di che tacca e’ sono: & fuggirete le pazzie della vecchiaia le quali son molto licentiose Et per tenervi allegri, et senza sonno vi so dire che voi riderete quasi dal principio alla fine Ma ecco apunto chi di qua viene, per cominciare á recitare, attendete adunque a loro che piu inanzi entreranno con la cosa, et meglio per che sará vedendo, come se voi toccaste con mano ma non lo crediate altrimenti; per che quello che fu giá dadovero é hora ridotto in Commedia e chiamasi lo STUFAIUOLO: mi raccomando


ATTO PRIMO
Scena Prima
CESARE & MADDALENA
Cesare. TU, sai la compagnia che io ti ho fatta, tanti e tanti anni che hoggi mai possian dire d’esser vecchi hora tu vedi come io sono afflitto et non posso dire per che.~

Maddalena. Questo é il mio dolore di non saper qual cagione ti stringe a tanto martiro, lo esser fuori della patria tanto tempo, mai ti ha dato al cuore tanto tormento; lo havere smarriti (o perduti) due figliuoli; lo essere quasi schiava: non mi pesa ne a te mai lo star cosi sconosciuti ti ha aggravato Non ho io in petto, et nella cassa, tante gioie, et danari.~ da provederti, se voglia alcuna di andare di riposarti, o far qualche impresa, che ti conforti. Dimmi caro marito horamai la pena tua. Io son pur colei che ho tutti i tuoi segreti suggellati nel cuore; per che non mi palesi, tanta tua, malinconia.~

Cesare. Poi, che tu mi stringi con l’amore da uncanto, et lo esser condotto vicino alla morte dall’altro; io ti prego ad aiutarmi che puoi a conservare questa vita, la quale é ultimamente tua

Maddalena. Io vo pur pensando dove viene il male tuo: Venga dove si voglia di via allegramente che per aiutarti son per metterci la propria vita.


Cesare. Ecco che non senza rossor di viso, et con gran fatica io mando fuori questa parola, LAURA, é quella che mi priva di tutti i diletti et della vita Et il tuo amarmi, mi ha condotto al fine come tu vedi volendo piu tosto morire, che palesarti tanto mio pensiero Se ti piace che io muoia che altro rimedio non ho eccomi allo estremo: se due volte mi vuoi dar la vita perdonami, et aiutami; tu far lo puoi ancora che mal fatto sia: ma contro alle forze d’amore in questa mia matura etá non ho trovato riparo alcuno che baste; a ogni altra cosa ho posto termine salvo che a questo che lo conosco errore errore certo, potente errore da fuggire: aiutami, o Dio

Maddalena. Ritorna in te; sta allegro; et pensa che a tutte o a la maggior parte delle cose ci si trova rimedio se non tutto in parte

Cesare. O quanto é infinito, l’amore che tu mi porti.

Maddalena. Certamente che da capo alle piante tutta mi son commossa: per cioche due estremi casi in un punto medesimo, m’hanno assalita; il piacere della tua vita, et il dispiacere di lei laquale so certo esser giovane honestissima da non la commuovere per alcuna cosa o di pregio, o di valore ell’é tutta casta tutta savia tutta honesta; et mi pesa che questo tuo amore non sia in quale esser si voglia donna, che io conosca salvo che in costei, de guarda sorte.~

Cesare. Maligna per me poi che la mi torrá la vita.

Maddalena. Non dire altro, che io spero di farti qualche utile rimedio Bisogna che io ti lasci, che la vedova esce di casa, vattene et ritorna che Dio, ci aiuterá

Cesare. Sta sana: o infelice la mia etá


Scena Seconda;
Laura Taddea et Maddalena
Laura. Si che tu hai udito cara Cognata quante ne questo vecchio, ma io mi dispongo in ogni modo di giungerlo una volta sul fatto se tu mi aiuti, come m’hai promesso


Taddea. Et non son per mancarti, a Dio

Maddalena
. Molto non restate che é notte

Taddea. Non mancherebbe altro, a star senza licenza: conforta Laura che quel vecchio la fa vivere discontenta; va poi tu, et maritati con questi simil’ huomini randagi

Maddalena. A ogni modo l’é mala cosa, a dar di naso a quante carogne sbarcano in questa Cittá: purche una volta ei creda di non l’haver veduta piu e fa la pratica et tre giorni innanzi bisognano, a mettersi in ordine; il tutto é che se ne vanta, quando egli é allegro dopo cena la sera et é geloso, sopramercato.

Taddea. Egli é mio fratello, ma non gne ne risparmio una, sempre gli dico villania mostrando ch’egli ha mille torti, ma tutti i pari suoi in quella etá sanno di scemo bene bene

Maddalena
. Forse che Laura non vale un castello.~

Taddea. Bene é vero. Hor lasciamo andar questo caso; et saltiamo in unaltro, dimmi cara sorella mi poss’io fidar di te.~ et senza farti piu parole scongiuri, et preghi poss’io realmente, sfogarmi teco d’un mio segreto.~

Maddalena. Io ho sempre udito dire, che chi non vuole che un segreto si sappia non lo dica, ma in questo caso tu lo dirai a temedesima Ma se tu non lo puoi tenere come lo riterrá un’altro.~ pure lo haver bisogno d’aiuto forse ti sforza Se voi di soccorso a me possibile havete di mestieri dite sicuramente, non accadendo opera, che io possi fare in pró vostro tenetelo nel core per che molto meglio fia allogato in voi, che in qual altra persona si voglia, questo mi pare buon ricordo

Taddea. Non posso far di manco; et per che io so quanta sia la realitá tua senza piu ciancie ti dico che d’un bel forestieri, inamorato di Laura, io sono tanto invaghita, che non so stare altrove che in questa casa, per che pochi giorni fallano che non ci passi: et io ne ho contento, et diletto grande


Maddalena
. Laura da ella occhio, a cotestui forse.~

Taddea. Apunto ne anche volge pur gli occhi se per sorte la si abbatte alla gelosia come colei laquale é di diaccio impastata; Io sono come tu vedi vedova e apena viddi il marito, et mi pare strano, perdere la mia gioventu et nessuno ci pensa

Maddalena
. Et che effetto, che vi giovi posso far io, in questo caso.~

Taddea. Dimmi prima, se tu mi vuoi aiutare

Maddalena. Con honor di casa, et mio faró ogni cosa

Taddea. Non ne fia nulla.

Maddalena. Adunque ci ha d’andare l’honor di tutti.~ o questa é poca fatica ad accomodarsi come la si da per il mezzo basta

Taddea. Intendi cara sorella l’honore inquanto che ogni cosa sia coperta, esso tu, et io che saremo tre lo sapremo altri nó

Maddalena. Pur che non sieno come dice il vulgo; chi va, chi viene, et chi stá: ma fatemi questo conto piu particolarmente

Taddea. I modi ci sono assai, pur che una di casa mi sia fidata e a te non mancherá stratagemmi et a me che son punta dal foco amoroso assotigliatore de cervelli grossi, con il nome di Laura, lo inganneremo

Maddalena
. A condur bene le cose bisogna, ottimamente pensare, et meglio seguire, ma ditemi voletelo per marito.~

Taddea. Se io potró si quanto che nó per amante

Maddalena. Io favelleró con voi, in altra maniera fuori del vostro discorrere: Conosco apertamente la vergogna di casa, et la rovina vostra se voi non vi mutate di fantasia Voi dite che Amore é buon maestro in questi casi ma egli é peggio la cecitá della mente: che la grossezza del cervello Laura, non ha ella marito.~ come cotestui si troverrá da voi ingannato come andrá ella.~

Taddea. Potrebbe essere che io lo rivolgessi al mio intento; con le parole con la
pietá con l’amore con preghi, et altre cose assai

Maddalena. Una certa perdita é qui, con un dubbioso acquisto, gli huomini son duri di cuore i piu: et di lor fantasia, poco si curerá di voi: io non ci veggo nulla di buon taglio: pure il pensare qualch’hora sopra questo caso; potrebbe far nascere qualche buon fungo: in questo mezzo, consigliatevi con il vero; non vi lasciate ingannare all’ombra & di me tutto promettetevi

Taddea
. Sia con Dio, io andró a casa inanzi che sia piu buio, vedete la non so chi che guarda

Maddalena. Guardi quanto vuole

Taddea. La prima occasione che mi venga di tornare di quá, proverremo il possibile

Maddalena. Cotesto si fará tosto ma all’inpossibile pare a me che s’habbia da provedere; andate via che si fa notte vi ricordo, buona sera

Taddea. Mi ti raccomando


Scena Terza,

Vincenzo; et Caterina
Vincenzo. Da poi che il mio padrone ricco mercatante, come si sá mi tolse da piccolo sempre mi ha tenuto in viaggi di nave: almanco non mi havessi egli fatto havere giá due anni sono tanto otio; che io non sarei cosi trafitto dalla passione continua d’Amore. Lo andare per questa Cittá con gli occhi fissi nel volto di questa, et quell’altra giovane senza pensiero alcuno,

Caterina. Ú, che uscio, fastidioso.

Vincenzo. Mi
ha condotto, a tal termine che io non ho un hora di bene; ne riposo giorno, et notte; O Laura del mio cor, fermo pensiero

Caterina. So che quell’uscio, m’ha fatto dimenare un pezzo Io credo che sia piu di sei mesi, che questo uscio di dietro non sé tocco: et se non era il Bigio famiglio anc’all’hotta non ne facevo nulla; ma egli mi fastidí tanto una sera, nel
voler fare, un suo servigio a cioche il vecchio non lo vedessi uscir fuori non havrei messo mano a quella via La porta é comune a tutti di qua dinanzi et egli di lá volle quella comoditá per non esser visto: et cosi andai a contentarlo che nessun di casa, se ne accorse: La padrona me lo ha fatto usare stasera un’altra volta, et son tutta traffelata; per la pena d’aprirlo. Egli s’era, come non usato quasi apiccato l’uno sportello con l’altro, et cosi son fuori senza saputa del vecchio. Io vo a chiamar Taddea che venga a far non so che rinvoltura per il vecchio La poteva pur dimorare un’altro poco, senza darmi questa stracca.

Vincenzo. Che cicala questa cornacchia.~ egli é meglio ch’io m’accosti: o quella giovane.~ ricogliete il benduccio

Caterina. Gran mercé Ma, state; e non é mio, che ci son danari.

Vincenzo. Tanto meglio per voi ne mio ancora, guardate bene

Caterina. Io guardo che moneta é questa.~ non mi strignete la mano.

Vincenzo. Accio non vi cadessi

Caterina. Mai piu ne ho veduti et questa si grande.~

Vincenzo. Cotesti si chiamano cornabó

Caterina. Ú ú, non mi toccate, e par che voi mi vogliate spriemere, con tantj atti.

Vincenzo. Non posso io poi che sono stato cagione, che cotesti danari, sien vostri farvi carezze, et madesi

Caterina. Belle carezze, voi havete quelle man sode: andate a toccar la vostra inamorata.

Vincenzo. Chi é bella, ha da essere ancora gentile cara massaretta

Caterina. Se io havessi i miei panni dal di delle feste: non mi dileggeresti.

Vincenzo. Io lo so, tu pari una contessa; ma dimmi che é della padrona tua bella.~

Caterina. Enne bene per che.~

Vincenzo. Vuogli tu dare questa lettera.~

Caterina. Dio me ne liberi, non porto polli, et il vecchio n’ha troppa cura, lasciatemi andare a fare una faccenda per che l’importa hor hora


Vincenzo. Puossi ella sapere.~

Caterina. Si ma non dite nulla a persona vo a chiamare la Cognata che venga a starsi seco; per che il vecchio va infrega dietro a una cortigiana alla Stufa La crede che non tornerá peró manda per costei per passare que fastidi, et quella tristitia stanotte

Vincenzo. Almanco togliessi ella me, in quello scambio, togli questa lettera, et fa di raccomandarmi con essa molto et piglia questo mozzanigo per caparra

Caterina. Non vo di portante nó nó: Sciagurata a me e si lieva la luna, a rivederci, quel bel giovane

Vincenzo. Ascolta, tu non odi; aspetta, va in mal hora, poi che tu sei cosi frettolosa E si suol dire che i proverbi son veri: al primo colpo non casca l’albero, a tre fazzoletti costei é mia certo. E si dice ancora; fico basso, et fantesca d’hosteria palpeggiando si matura Quando un fico é basso ogni uno che passa, tasta s'egli é mézzo tanto che in poche tastate da tante spremiture e gocciola; Et cosi la fante di cucina, hoggi viene un forestieri et la pizzica da un lato le palpa un fianco: domani ve ne capita un altro et stringe un braccio: chi gli tocca la mano, et chi gli mette le dita sotto il mento; onde in poche settimane ell’é cottoia Costei poche spremiture pare a me la ridurrebbono: ma sará meglio, che io vadia a far altro che Laura mia, non sono io per vedere a quest’hora altrimenti Ma ecco il vecchio; guarda chi gode tanto bene, lasciami andar via che questo uccellaccio, non mi vegga


Scena
IIII ,
Niccolo Bigio et Stufaiuolo
Niccolò. Cenerai Laura et poi vanne a letto, et aspettami

Bigio. Fatto l'Olio, so che l’havrá un bello aspettare

Niccolò. Bigio.~ o Bigio, tu non odi tu non rispondi, se tu sordo Bigio.~

Bigio. Io non sono altrimenti sordo messer nó: ma dove havete voi trovato che si chiami uno che sia altrui su gli occhi.~ e si chiamano coloro che
son discosto: se voi vedete che io son qui che accade gridar Bigio bigio.~ non sapete voi dire, cioche volete senza farmi tanto rispondere messere messere.~ cento volte.

Niccolò. De vedi bestia, sto io con esso teco.~ sta pure a vedere che tu vorrai esser me, et che io sia te.

Bigio. State pur voi, a vedere che se non dormirete in casa; che una notte voi sarete un’altro et un’altro sará voi

Niccolò. In che modo.~

Bigio. In modo d’archetti, per ora lascianla passare; et ditemi quel ch'io ho da fare: non udite voi mai, i sospiri che volano per casa, et i Zufoli della via.~

Niccolò
. To questa chiave, et serra ben quell’uscio, poi Zufoli chi vuole

Bigio. Ecco fatto togliete

Niccolò. Conficcasti tu, tutte le finestre.~

Bigio. Messer si.

Niccolò. Et quella del Tetto.~

Bigio. La fu la prima

Niccolò
. Quella della volta.~

Bigio. Messer si.

Niccolò. E quella del granaio fu confitta.~

Bigio. Messer si quella del pollaio quella della dispensa quella della Stalla della Colombaia della Cucina: et quella del palco delle mele: quando alla prima ho detto tutte che accade tante tanie.~

Niccolò
. Se io non havessi il bisogno che io ho di te: hor’ hora ti ficcherei questo stocco ne fianchi; guarda chi mi vuole insegnare; che palandra hai tu su la spalla.~

Bigio. Voglio adoperarla se l’é ben vostra: la discretione é madre de gli asini, voi messere l’altre notte andate alle signore, et io fo mula di medico, egli é questa brezza, che mi da una mala notte


Niccolò
. Mettitela un poco in doßo, et va la due passi. ah.~ ah.~ ah.~ che cavar te la possino e’ becchini; tu sei il bel pazzo.~ so che io sto fresco come una rosa a famiglio balordo.

Bigio. Voi messere, et io sian due, se tre altri ci volessino far correre, io sono senza corsaletto, et voi senza rotella

Niccolò
. O vedi bravo, camina poltrone et picchia allo stufaiuolo.~

Bigio. Tic, tac, o maestro, ou, ola.~ Il magnifico mio messer quá, si vuol fare apiccare stasera, due cornetti aprite.

Niccolò. Che di tu ignorante; non vo cavarmi sangue, altrimenti.

Stufaiuolo. Stasera non si puó io ho dismesso magnifico padrone: e domani é la nostra festa

Bigio. A casa nostra per quel’ ch’io veduto la si fará stasera

Niccolò
. E bisogna servire, voi sapete che un par mio, non puó cosi disagiarsi ogni sera, aprite, et pagatevi

Stufaiuolo. La Stufa é fredda

Niccolò
. Scalderetela

Stufaiuolo. Cosa difficile

Niccolò. Tu m’hai fracido
, non piu novelle, fa ch’io non m’adiri

Stufaiuolo. Voi starete adisagio un pezzo

Bigio. Che importa pur ch’egli stia al caldo; non gli da noia et io dormiró nello spogliatoio, o che gran sonno apri apri al padrone.

Stufaiuolo. A padroni, non si puó dir di nó venite dentro

Bigio. Dice ben’ l’avverbio, che a cuocer bene, un huovo fresco fare il letto a un cane insegnare a un fiorentino, et servire a uno inamorato, son’ le piu difficil cose che si faccino, Dio voglia che questo Stufaiuolo stasera Contenti questo mio messere ilquale é piu fastidioso che la vecchiaia et se non me lo credete dimandatene la nostra fante colá o se la vedeva in mal hora era.

Niccolò. Bigio.~ vien dentro matto spacciato.

Bigio. Che vi dissi, o
che fantastico, io vo dentro



Scena
V:
Caterina, et Taddea
Taddea. Se ben si va di notte egli é per carnesciale, in terra libera

Caterina. L’uscio é diacciato, il vecchio ha preso il volo, andiamo pure di qua per l’uscio dove sono io uscita

Taddea
. A che fine hai tu aperto costá di dietro.~

Caterina. Bisogna accomodarsi a tempi cara madonna, il vecchio vuole aprire et serrare la porta dinanzi come gli piace, che volete che noi stiamo in prigione.~ la sarebbe bella.

Taddea. Et se tornasse, et mi ritrovassi in casa che diremo.~ e si penserá a qualche male

Caterina. Mancheranno le scuse

Taddea
. Cento volte sono stata in questa casa, et mai usai questa porta falsa

Caterina. Ell’é una comoditá non conosciuta a me ha ella giovato piu volte

Taddea. Hor su entriamo con buona ventura

Caterina. Madonna si; che un di la ci potrebbe venire
, la buona ventura; che peccato, che voi perdiate tanto tempo; so che la Caterina non istarebbe tanto, a denti secchi


Fine del primo Atto



ATTO SECONDO:
Scena prima

VINCENZO solo
LA
sciocca opinione del vulgo, un tempo mi ha tenuto un pensiero nella mente, che Cupido sia Dio che abruci saetti, et infiammi i cuori di noi miseri amanti: O sciocca plebe accecata dalla Ignoranza: Per dirlo in una parola io credo che amore sia un male naturale, che ciascuno ha nell’ossa. Una certa spetie sottile di doglia mescolata con un pensiero dilettevole che per malattia non si stima Appicasi questa bestiale infirmitá per piu vie: et pigliasi da ciascuno, et di tutti i tempi Non é per dire il vero male che paragoni questo per che é naturale, et non viene da humori Egli é un sottilissimo fuoco, che tal volta nella parola si porta; per che nel raccontare le bellezze d’una donna ancora che la sia di lontano tu te ne guasti Dio ne guardi ciascuno. Che cosa non ha fatto l’huomo infuriato da questa febbre.~ et la donna.~ distrutto cittá paesi et regni, amazzato amici; strangolato rivali tagliato a pezzi parenti, et lor medesimi impiccati Per amore am.~ lieva la gamba: la madre non si cura del figliuolo la moglie non pensa al marito ne il marito alla moglie Io concludo, che amore, é un male senza rimedio et io lo provo Non so, se mi par di vederein calze, et farsetto fuor della Stufa il galante della mia Laura; vita mia che bel fante.~ Vo seguirlo di traccia, forse che amore mosso a pietá de miei tormenti dará mano, a sollevarmi di tanto dolore: intanto staró qui nascosto



Scena seconda
Niccoló
Bigio Stufaiuolo et Vincenzo
Niccolò. E non é la piu dura cosa, che lo aspettare con disagio massimamente quando v’interviene amorazzi, et quello che importa piu la conclusione

Bigio. Alla magnificenza vostra non doverrebbe dar molta noia; un hora di piu, a ogni modo quanto piu state meglio é per voi per che la notte vi parrá piu corta

Niccolò. Tu entri sempre in qualche cetera che non ti tocca; Io debbo lavorare forse a giornate bestia.~

Stufaiuolo. La Signoria Vostra potrá andare, et cominciare a spogliarsi; che io saró in ordine, in un tratto; se havete da sdilacciare un pezzo

Niccolò
. Diascol’é, in un tratto son bello, et ignudo; non ho brachieri, et non sono come io ti paio al pelo vecchio: Bigio ricordati come io mi stufo, di guardar bene la cassa de panni

Bigio. Io mi vi adormenteró sopra, andate pur senza pensiero a pulirvi

Vincenzo. Che si che la sorte mi vorrá aiutare improvisamente, et farmi quello che mille discorsi, non mi hanno fatto. Lasciami pensare un poco: quattro passeggiate; Io ho trovato l’inchiodatura. O la.~ o la, padron Gottardo.~ Stufaiuolo, o la.~

Stufaiuolo. Che vi piace signore.

Vincenzo. Potrei io stasera, a mio comodo lavarmi.~

Stufaiuolo. Io ho uno che mi pare gentilhuomo, che apunto vuol ire nella Stufa, quando lo havró servito non posso mancare Et servirei la Signoria Vostra inanzi: ma ho da fare con vecchi et anco se vi pare state cosi un poco, et alla sprovista venire dentro Io saró intorno al magnifico et con qualche trattenimento dando un colpo, sul cerchio, et uno su la botte laveró similmente la Signoria Vostra

Vincenzo. Ordina al tuo garzone che non lasci venire altri che me stasera per che voglio esser solo: piglia questi marcelli per parte et servimi

Stufaiuolo. Padrone gran mercé; Io vi ringratio per mille volte o voi siate magnifico.~ Io son chiamato. verrete a posta vostra


Vincenzo. Ho pensato il piu nuovo trovato del mondo: pur che la mi riesca. o Sorte questa volta, et poi non piu. Io credo che in questa Cittá che é tanto popolata per varie nationi egli ci accaggia di belle novelle Io ne so quelle quattro; chi ha da spendere gli capitano mille bei partiti per le mani: pure ci sono ancora di dure nespole da maturare: et Laura mia, é asprissima E non ci é stato mai pollastriera si suffitiente, che gli sia bastato l’animo d’affrontare quel torrione: tutte dicono che la rocca é inespugnabile; anzi piu che lo assedio non la farebbe arrendere Pure le son certe cose, che Dio come l’andasse a quelle strette ci sono di mai passi, il letto il buio la comoditá i danari la fede del segreto, fanno gran violenza Sará meglio che io me ne vadia dentro inanzi che coloro, mi si apressino piu; e a un bisogno si volessino stufare, ancora loro et andró vedendo sel mio pensiero debbe havere effetto, e trar sul libro dell’occasione all’improvista con i dadi falsi dello inganno, et chiarirmi se a Vinegia ne posso anch’io far una; o savia, o pazza che la mi riesca: con questa passione non ci é ordine a vivere altrimenti


Scena Terza

Cesare Un Corriere: et Druda
Corriere. Chi ha patienza nelle tribolationi, il piu delle volte viene aiutato suo maestá rimette la Signoria Vostra et con i vostri signori della Cittá giustificato benissimo

Cesare. La mia innocenza m’ha fatto favore; Iddio non abandona mai chi spera nella sua bontá Questa é la mia habitatione, stata cosí sconosciuto, a canto a questa stufa Qua é la porta principale la padrona si chiama Druda; Venite domattina per le lettere, et se volete potete star meco, quanto voi qui starete: Questa é la mancia della buona nuova; godi questi venticinque scudi

Corriere. Baciovi, la cortese mano

Cesare. Va alle faccende: O quanto é fallace il mondo o quanto é ben’ contrapesato ogni cosa. Stolto é colui; che delle sue promesse si fida.
Non é si tosto distrutto in bocca il Zucchero che l’apetito, ti fa venire un’ amaro desiderio di qualche altra cosa La nuova del ritornare alla patria é dolcissima ma il lasciar Laura é un fiele crudelissimo; o sorte crudele.

Druda. Signor Cesare che fate voi di fuori al freddo.~ voi siate vi ricordo di qualche tempo et meglio staresti, in casa

Cesare. Travagliava la mia mente Ecco le lettere della mia innocenza; che il ritorno della patria liberamente m’é concesso

Druda. O, quanti falsi concetti, si fanno molti principi, et signori nella mente, cose da non se ne maravigliare molto poi che tante esperienze di giorno in giorno se ne son vedute Le cose degli stati son molto tenere et si vede tal mosca, che pare uno elefante, et un castello in aria

Cesare. E principi, son netti e i signori che dominano, sinceri di cuore; ma molti huomini son ben pessimi iquali bene spesso comodamente hanno le loro orecchie, dove scolpiscono la malitia Beato a quella cittá, et a quel signore, che ha ministri giusti et male per quelle dove regnano i vitiosi Quanti cittadini di mala mente che governano aspettano l’occasione, da poter profondare un’altro cittadino, o dargli una ferita su l’honore et su la roba un graffio: et se bene é torto fatto ch’egli é bisogna che sia diritto ne di questi casi bestiali, o accidenti del mondo, se ne puo assegnare le ragioni per che la veritá sta di sopra: ma lasciamo questa tragedia ditemi dove andate voi si bella.~

Druda. Faceva pensiero di montare in barca, et due hore passare il tempo attorno a ogni modo tra le pelli, et le comoditá della gondola non sentiró freddo: et non ad altro fine; se non per ischivare un fastidioso vecchio il quale molti di sono, mi tormenta: et io come sapete sono diventata unaltra donna

Cesare. E egli nobile.~

Druda. Dicono che é de primi della contrada de Niccolotti, et grand’avvocato di palazzo

Cesare.
Io non ho molta pratica di si fatte cose

Druda. Io ho
qui una lettera et per importunitá ho detto al mandato suo; di compiacergli come importuno per tormelo dinanzi; ma sará no: leggetela, et riderete eccovela
Al cristallino specchietto della mia effigie, tutto indorato la Marchesana Druda di Tedescheria, et del mio stomaco magnifico Zucchero Rosato ecc
Reverendissima risplendente luna come sapete piu volte la Signoria Vostra che la mia magnificenza ha discorso in materia del mio amore; et concluso sopra le prove fatte a diverse signore venute di nuovo nella nostra Cittá domina dominantio i favori che io posso per tutte le spetierie, et pescatori peró che vale assai un pari mio. Peró procuro a gli officij delle pompe et disputo a signori dinotte Ideo, desidero essequire stasera da le quattro, alle tre hore in lá: tanto mio amore strenuo; cedino le vostre tappezzate bellezze, et invitte; alla servitu del vostro Colombo schiavo, et impaniato baciandovi la Zecchina mano, con questo San Marco d’oro
Il vostro Niccoletto il piu rovente amante di Vostra Signoria. che scaldassi il letto; senza scaldaletto




Cesare. Poi che giuoca di scudi, se gli puo dar del magnifico, lo pigliasti forse.~

Druda. Lo rimandai indietro, per il famiglio

Cesare. Pur che non se lo habbia (dicendo haverlo dato) ritenuto

Druda. Questo sarebbe peggio

Cesare. Gran fatto credete che non ci sieno mille si fatti marihuoli.~ Se non fussino i buoni ordini; questa terra che é un paradiso parrebbe uno Inferno: Quante buone leggi ci sono, et comoditá rare am signora.~ Non é citta almondo che la passi di dignitá Non é questa una cosa bella, che un principe un prelato un pari mio viva quá libero, et signore di se, et del suo.~ che in altro luogo, di raro si trova questo. La Signoria Vostra si riduca a casa per che se voi non vorrete dargli fatti daretegli parole: et non beffate mai nessuno

Druda. Poi che ho la compagnia vostra, da ragionare penseremo qualche rimedio per questa faccenda:

Cesare. Entrate in casa ch’io sento aprir la porta della Stufa



Scena Quarta
Vincenzo solo
Ha.~ ha.~ ha.~ tutti i famigli, alla conclusione; son famigli: ne hanno piu cervello che gli bisogni. I danari, et le ciancie hanno fatto, che il Bigio del magnifico; et il Zucca dello Stufaiuolo; si sieno trafugati per quelle corti, et magazzini et sapete eglino hanno in Zuccato bene, et non male; Hora se voi volete vedere due poltroni dormire sbracatamente; entrate qua dentro, come tassi son per domani ripostisi. S’io posso finire la tela che io ho ordita spero di far ridere tutta la vicinanza o metterla tutta sottosopra: Io vo dentro a pigliare un’altra sorte di vestimenti; non ve ne ridete poi, quando mi vedrete in Zazzera amore n’é cagione di farci pazzi tenere: hor sú chi ha tempo faccia per che l’aspettare poi tempo, si perde l’occasione; cosa molto difficile poi, a ritrovare


Fine del second’Atto
LO STUFAIUOLO COMMEDIA
DEL DONI


ATTO TERZO.
Scena Prima
Maddalena, et Cesare
Maddalena. Egli é desso apunto venivo signor mio per trovarti

Cesare. Con buone nuove.~

Maddalena. Ne nuove, ne vecchie ne cattive, ne buone: ma per dirti che noi siamo tutte disperate in casa La Taddea vedova, vedova tenuta all’usanza della terra: ma il marito datogli la mano andó in Aleppe et nel ritorno la fortuna ruppe la nave; et tutti perirono. e si tiene che la sia come l’usci del guscio et per che il tempo vola la s’é scoperta con tutti d’essere inamorata d’un galante di Laura che la muore: et non ha ne giorno, ne notte, un hora di riposo Laura di costei se ne ride da un canto dall’altro piange per se, d’essere afogata in un bicchier d’acqua con quel vecchio, il quale oltre che le fa cattiva diacitura ogni settimana e va, a vettura da questa et da quell’altra femina; ma noi lo vogliamo còrre stanotte dalla Stufaiuola tua padrona dove sappiamo ch’egli va

Cesare. Certo egli é quello
, che poco fa la me ne ragionava: hor sia inbuon hora Sai tu ch’io venivo per ritrovarti con una buona anzi ottima nuova.~

Maddalena. E quale.~

Cesare. Ecco la patente del nostro ritorno alla patria con le possessioni libere et ogni nostro havere


Maddalena. O signore ringratiato sia tu sempre. Io ho del continuo sperato nella sua bontá, et ho fede di ritrovare un giorno, al meno, uno de nostri figliuoli

Cesare. Eime dolente giá me gli sono scordati.

Maddalena. Non giá io: et ho a mente la voglia di vino che ha la Fiammetta sul braccio et i nei grossi della spalla

Cesare. Et i nei grossi di lei
, son di ricordo ma piu di Gianni batino quei cinque ceci sotto la poppa manca: et un’rosso dall’altra Le son cose impossibili da ritrovare, guarda piu tosto di farmi consolato, in questa nostra partita

Maddalena
. La ventura ti vien dietro; Fra poco, la condurró dalla Druda, che in cambio suo la corichi con il vecchio vedi che lei vi metta te inanzi et contentati Io la lasceró nel tuo diminio

Cesare. O felice a me, se tu fai cotesto: sará ella poi cosí; che tu la meni, in casa.~

Maddalena. Sta di buona voglia che io ho fede, che la ti verrá inbraccio, ancora volentieri ti contenti tu.~

Cesare. Oime.~

Maddalena. Hor
vedi sio ti sono una dabben moglie.

Cesare. Non posso per l’allegrezza rispondere

Maddalena. Io vo dunque a condurla; risponderami poi: et poi con doppia allegrezza del nostro ritorno faremo festa

Cesare. Due fatiche ha l’huomo in questo mondo, che non si considerano, et pur son grandi. Una si vede, et l’altra nó La prima é mantenersi. L’altra il sostentare la sua pazzia Non bastavano i travagli del mondo i quali da una parte mi danno affanno che dall’altra la pazzia d’Amore non mi sia a cuore E si suol dire che nelle cose averse il ricco si sa prosperare; ma in questi mia passati, et presenti travagli; non mi hanno ancora saputo far, questo servitio in modo che l’huomo ha piu da ringratiare Dio, d’esserci nato savio che ricco che se cosi fosse stato: a dirla alla reale io non sarei in questi laberinti, Se io mi sviluppo hora mai piu mi aggiro per si fatte strade. Lasciami andare
a casa a condurre il resto della mia pazzia a fine Pur che qualch’uno non m’habbia udito a dir le mie stoltitie, o gran servitú di questa Stufa sempre, entran et escono brigate


Scena II
,
Laura Madalena Druda; et Vincenzo
Vincenzo. Ah.~ ah.~ so che io rido stanotte. Dal viso infuori, non paio io il magnifico.~ In cambio di stufarmi, vo vedere di coricarmi in un letto; come bene ho fatto il furto di questi panni di sotto a quel gaglioffo. E dorme si sodo, che non lo desterebbono le bombarde, il vecchio v’é per due hore egli si sta al caldo, del quale se ne rifá et é entrato in un cicaleccio de suoi amori lungo, lungo Lo Stufaiuolo dice, madesi: e tira il cordovano et a un bisogno m’aspetta. Et io me ne vó in qua. Pure che io torni a tempo da rimettere i panni al luogo suo Ecco la chiave ecco il lanternino da ladri, per vedere tutta la casa Stà io odo brigate; tosto dentro non mi fare stentare, o chiave di gratia: chi non s’arristia non guadagna, la vacca é nostra, dentro Vincenzo.

Laura. La fante s’é adormentata al fuoco, et la Taddea debbe essere sul buono del primo sonno

Maddalena. Bella cosa questa Cittá libera; guarda che nessuno ci dia fastidio; ma cosi vestite da huomo, paiamo signori

Laura. Insegnatemi come debbo chiamar la cortigiana.~

Maddalena
. Lascia pur dire a me

Laura. Andate dunque voi innanzi che sapete l’uscio

Maddalena
. Tic toc tac:

Druda. Chi é lá.~

Maddalena. Son due forestieri, che cercano camere locande

Druda. Adesso vengo alle Signorie Vostre

Maddalena
. Farai con quell’altro amico, la mostra di cioch’io ti ho insegnato: et non uscire come io ti ho detto del segno punto per punto

Druda. Venite dentro, ch’io sento brigate o che maledetta Stufa.



Scena Terza;
Caterina
et Bigio
Caterina. La vesta del messere, é su la tavola la suo camera é serrata di dentro cosa che mai si usó: Io sono stata a sorrecchiare all’uscio, et m’é paruto di sentire, dimenare la lettiera; del resto la casa é netta come un bacino da Barbiere Dio dove son l’altre donne, va rinvergale tu per questa terrra. Anch’io voglio andare a cercare il Bigio: ma Eccolo che ne vien piangendo; o ve fantoccio vestito: de vedi bel bambino che piagne.

Bigio. Io son rovinato oime sciagurato a me: va portami Caterina uncoltello, ch’io mi voglio sgozzare.

Caterina. Che cosa é stata.~

Bigio. O Dio la vesta del messere la vesta um.~ um.~ la chiave la chiave del messere la lanterna.

Caterina. Che vesta pazzerello, l’é su la tavola, et messere fa un gran tentennare stanotte di lettiera: L’uscio non lo vedi aperto.~ tu se briaco.

Bigio. Sogn’io ó dormo, come ha fatto il messere a volar nel letto a casa: senza me. E mi par che sia in istufa ancora: e panni mi sono stati rubati da uno che gli ha scambiati con i suoi

Caterina. Chi é adunque nel letto.~

Bigio. Dillo tu che sei stata in casa.

Caterina. Io ho dormito in cucina al fuoco

Bigio Et io ho sonniferato un poco su la cassa de panni

Caterina. E d’unbel sonniferare poi che messere o altri ti ha tolto la vesta di sotto, et non l’hai ne veduto, ne sentito.

Bigio. Io gne ne dovetti dare inanzi ch’io dormissi.

Caterina. Ah.~ ah.~ e il padrone nella Stufa da dovero.~

Bigio. Credo di si lasciami veder prima la vesta et poi ti diró se egli vi é: o si o


Caterina. Sai tu cioch’io voglio che noi facciamo.~

Bigio. Che.~

Caterina. Mentre che le donne son fuori insino che le tornano, andiancene a letto vedi che van gente la attorno carnescialando, et anchor noi.

Bigio. Lasciami veder la vesta, et poi, faró ciocche tu vuoi

Caterina. Si anima mia va la

Bigio
. Passi la Signoria Vostra donna Chaterina bella


Scena Quarta,

Druda: & Maddalena
Maddalena. O che allegrezza.~

Druda. La compassione del povero gentilhuomo, mi ha fatto comportare un si fatto inganno di mettere uno scambio

Maddalena
. Ah.~ ah.~ ah.~

Druda. Voi ridete; se mi fosse stato marito come é a voi: non lo comportava mai, morto a suo posta.

Maddalena. Ho ben fatto uno incanto, basta, basta.

Druda. Incanti mi piacque, voi havete un buono stomaco, come andra ella.~

Maddalena. Benissimo et lo vedrete tosto

Druda. Hor via andatevene a Casa, et io andró a trattenere il vecchio et di tutto lo scompiglio, lascio il carico a voi

Maddalena. Si, si: Che vuol dire quest’uscio aperto: Che sará mai.~ Il vecchio é pur nella trappola. Dio voglia che quel famiglio porco, et la nostra scrofa, non habbian fatto qualche maladitione: Sempre ci nasce qualche matassa da sviluppare Intanto, io entrerró di qui, et serreró tutti gli usci, chi vorrá venir poi in casa; mi fará motto


FINE DEL III ATTO


ATTO IIII
Scena Prima:
Vincenzo
, et Maddalena
Maddalena
. Tutte le disgratie quando le cominciano, sogliono venire a un’otta et le gratie a una, a una: ma questa volta le felicitá mi son venute tutte a un tratto, favello delle cose del mondo

Vincenzo. Chi direbbe mai che la sorte m’havesse fatto tanto favore.~ et in che modo: Son ito in una stufa, a diventar ladro, e truffatore et in una patria lontana dalla mia, tante centinaia di miglia a ristio di capitar male travestitomi aperto l’altrui case, et violato gli altrui letti; le son pur cose, che a pena si credono.

Maddalena. Et io ci venni, et mi posi come per ischiava in nuove contrade, et fra gente in altra maniera nutrite, et alla fine, mi son condotta a condurre la povera figliuola, a cercare i difetti del marito Ma questi discorsi non sono per hora d’allungargli piu: Io andró da Laura: della Taddea ne lasceró a te la cura come io torno si terminerá il tutto, hor va disopra


Scena Seconda
Maddalena et
Druda
Druda. V’aspettavo al passo vedendovi in qua venire:

Maddalena
. Come la fa Laura.~

Druda. Ah.~ ah.~ so che il signore ha avuto il mele, et le mosche

Maddalena. Ecci nulla di rotto.~

Druda. Nulla, insino a hora

Maddalena. Si debbe esser contentato a modo suo, questa volta


Druda. Il vostro incanto credo che sia giovato anzi stato da dovero, & non so dirvi altro, se non che la gli disse non so che pian piano; poi volle il lume, et mostrogli le braccia le spalle, e ’l petto; tanto ch’egli entró in un pianto dirotto, che mai ha fatto altro che lagrimare Non piangete ancor voi; che non ha fatto nulla:

Maddalena
. Piango d’allegrezza

Druda. Io resto stupida anch’io: et egli (credo che sia) matto di Laura

Maddalena
. O che nuovo accidente, andiamo dentro, et lo intenderete Laura poi s’ha da riempire d’un nuovo diletto et voi, e tutti: Hor ditemi che fu di messer vecchio.~

Druda. Lo stufaiuolo, gli mostró la scala segreta che viene in casa & egli picchió un pezzo bravó: et pregó; ma nulla gli valse, ne fu di giovamento: per che io haveva pontato i piedi al muro, di non ce lo volere Credo che si gettassi per il sonno sul letto dopo la coletione dello Stufaiuolo, a dormire Ma udite, che grida a corr’huomo, entriancene in casa


Scena Terza
Niccolo
, & Stufaiuolo
Niccolò. Ribaldi marihuoli: asassini Traditori, a questo modo am.~ poltrona Tedesca; gaglioffa, a signori dinotte criminali truffatori canj a un gentilhuomo Niccolotto, de primi, de primi.~ Io ho piu di dumila ducati d’entrata; et gli vo spender tutti per ritrovare il Bigio che voi m’havete amazzato: Stradaiuolo, et non istufaiuolo. Lascia che io mi vadi a rivestire vedrai se io ti gastigheró. Vinegia non é miga il bosco di Baccano.

Stufaiuolo. Messer magnifico se voi sete gentilhuomo Io sono huomo da bene, et che sia il vero Ecco che il vostro famiglio, nel truffarmi e panni et fuggirsi gli é caduto la vostra borsa vedetela qua togliete.~

Niccolò
. Tu menti per la gola: che la borsa l’ho quá, e sempre l’ho tenuta
nelle mutande: o poveretto Bigio che strana morte debbi tu haver fatta, almanco havessi tu potuto far testamento de danari che io ti ho dati in XXV anni che tu stai meco.

Stufaiuolo. Questa borsa fará ingiuditio testimonianza della mia innocenza

Niccolò
. Va pure alla mal’hora ribaldo

Stufaiuolo. Io non so tante cose la mia cassa v’ha renduto, un saio di velluto una berretta con una medaglia d’oro un pennacchio di trinca, per una vesta cosi cosi: senza il tabarro, che val due veste.

Niccolò. Tu vuoi cento stoccate ne vero.~

Stufaiuolo. Io serro l’uscio, stoccate, et fate, et dite quanto vi piace.

Niccolò. Da dovero, ch’io paio uno sbricco. di questa tresca me ne verrá guadagnato, ma all’andare in casa sta il punto Oime la sarcinesca é aperta la mi sara stata sforacchiata con qualch’altra chiave. Tic tac. Io posso picchiare, esaranno morti, Toc tac, questa sarebbe bella truffato rubato asassinato, et fuor di casa, ou ou: tic tic toc: tac. Laura Caterina Maddalena.~ Saranno sotterrati tutti, nel sonno. Sará meglio ch’io vadi per un Magnano, et faccimi aprire altrimenti io non ci veggo grascia; altro che far mula di medico: de cattivi partiti bisogna pigliare il migliore: vedi a quello che é condotta la mia magnificenza. Voglio tastare innanzi ch’io vadia, se l’uscio di qua foßi aperto per disgratia: e poi andró via E par confitto si sta forte.


Scena Quarta
Bigio et Caterina
Bigio. Chi domine era quello che voleva rovinare la porta Caterina.~

Caterina. Va indovinalo tu: che si che noi reditiamo questa casa.~ La Camera é chiusa, et la vesta di messere si sta su la tavola con la berretta Vogliamo noi andare su qualche ballo in maschera.~ tu vedi, noi siam padroni, che ogni uno é perduto

Bigio. Come ci travestiremo.~


Caterina. Con la vesta di messere io: e tu con la tua: o con la mia

Bigio. Va per esse, et andiamo Io sto a pensare quello che si fará di si gran casa La voglio affittar mezza almanco, per i camangiari

Caterina. Piglia vestiti: et daremo, una giravolta su balli

Bigio. Et poi alla Stufa; a veder come egli é morto bene: coteste maschere.~

Caterina. L’ho tolte di camera di madonna Lena Dimmi Bigio sará meglio che noi ci amogliamo insieme

Bigio. Senza dote non faró io cotesta pazzia.

Caterina. Non ho io a Poppi, un Forno, con un boschetto a torno attorno.~

Bigio. Tu hai una rendita d’un podere.

Caterina. Con’ un’pezzo d’orto, o che terreno grasso con nespole, et fichi lardegli tanto lunghi E se io ci havessi tenuto sempre un’ortolano di buon nerbo farebbe tanta rendita hora, che te ne staresti agiato largamente, ma egli é bisognato che io ci habbi messo, a chi io mi sono abbattuta; in modo che la maggior parte del tempo, e si sta sodo

Bigio. Secosi é ti torró, et metterovvi di bei nesti

Caterina. Se tu provederai qualche marza rigogliosa la si appiccherá bene

Bigio. Va che io son contento, di far cioche tu vuoi Volta volta, di qua non vedi tu quanta gente, che non sia il Bargello.

Caterina. Anzi nó che son gentilhuomini, aspettiangli piu tosto che possian noi perdere, et andremo di brigata: ma mettianci le maschere


Scena V:
Laura Cesare Druda Madalena Catherina, et Bigio
Druda. Si lamentano poi i padri, quando noi altre donne facciamo figlioli con qualche segno le voglie sono state pur hora buone.

Cesare. Dal viso in fuori non mi son mai dispiaciuti i segni

Maddalena
. Quanto sono io stata in casa, inanzi che acorta me ne sia.~ nel governarla nel letto amalata, la riconobbi a quella voglia maggiore et me ne certificai con il restante, fu ancor grande il raccontare della presa


Laura. Che io vi seppi, ogni cosa dire

Maddalena
. Si certo et eri pur piccina

Druda. Et io che me ne andava presa alle grida, quando la menavi qua come alla beccheria: voi sete una prudente donna e voi messer Cesare come la vi ha beffato bene.

Cesare. All’amore che io portava a costei, mi pareva gran cosa, che non ci fosse, un sopranaturale legamento.

Laura. Voi non vedete la, messer Niccoló per la mia fede ch’egli ha seco una femina, e ci ha veduto

Maddalena. La vesta era in casa: come é possibile, che sia desso.~

Druda. E pur’ é e in maschera.~

Laura. La mal trovata saró io.

Cesare. Ogni cosa si acconcerá, lasciate dire a me, che io cominceró con le brusche et poi verremo alle dolci parole: all’, et parentadi Do vecchio senza pensieri é questa hora da un pari vostro, a ritrovarsi, in maschera.~

Druda. Bella gentilezza, volere sforzare, la mia porta.

Cesare. State forti voi volete fuggire: tien costei o Druda.~

Laura. Poverina a me; si vede bene ch’io non ho nessuno, in questi paesi.

Maddalena. Vedete come questo vecchio stá intirizzato.~

Druda. Sentite come questa vacchetta sotto la maschera ride.~

Cesare. Cavatevi coteste maschere mostrateci il viso.

Maddalena. Le mi paiono le nostre di casa

Bigio. Ah.~ a.~ ah.~ Io v’ho pur fatto tutti ridere: ah.~ á, ah.~

Maddalena. Che cascar ti possi egli mezzo, il naso; vedi quest’altra pazzerella; dove sian noi stanotte.~ guardate come ci trattano i famigli.

Cesare. Non piu risa di gratia lasciategli andare aspasso: e quando torna lor bene se ne venghino a casa:


Laura. Che volete di nuovo far qualche commedia.~ rimeniamo costei a Casa, et quell’altro cerchi di messere


Bigio. Dove volete ch’io lo ritrovi se fosse morto.~

Maddalena. Si, si; egli é morto, et noi tutti andiamo a Padova, date qua le mie maschere: andate alla stufa: habbian forse da tener conto noi, di si fatta generatione quanto peggio fanno, meglio é; a questo modo messere s’accorgerá con che gente egli ha da fare: andate, aspasso andate.~

Caterina. Se dicono che noi andiamo che stai tu a vedere; loro
se ne debbono fuggire a Padova cosi ben vestiti poi che messere, é morto: povero vecchio; quando mi baciava di nascosto in cucina, e diceva; non dir nulla a madonna vedi . Oibó gli putiva la bocca: spú, spú: bavoso.

Bigio. Andiancene a chiarire alla stufa se egli é, o si, o nò morto; et poi venderemo la casa che non ci é la piu stretta parente di te se ti baciava

Caterina
. Madesi va la

Maddalena
. Gli hanno lasciato aperto, va tien servidori come ho detto si fatti fidatevj brigata di si fatta razza che spegner se ne possa la semenza.

Cesare. Io torneró a casa a rivestirmi da pari mio & ritorneró all’allegrezze, et la Druda dello Stufaiolo anch’ella si fara da bene

Maddalena. A ogni modo lo sposo debbe, con ragione dormire

Druda. Buona notte per un pezzo.

Laura. Buona notte, et buon anno: Tornate tosto caro padre


FINE
DEL QUARTO ATTO.


ATTO QUINTO.
SCENA PRIMA
Niccoló Magnano et Maddalena
Niccolò. So che voi dormite sodo, Io ho avuto a rovellarmi intorno a quel vostro sportello di bottega e hai penato poi un hora a venire.

Magnano. I pari nostri lavorano il di et la notte, a questa hora siamo come briachi nel sonno: et forse l’uno, et l’altro

Niccolò
. Non piu parole eccoci qua sul fatto: guarda che nel girare con il grimandello per quella saracinesca, tu non mi rovinassi qualche cosa

Magnano. La vostra magnificenza non dubiti. Io sono uso a tastare altre serrature che la vostra Io ho rimesso tali rimbrencioli di toppa insieme che per volerla aprire con chiavi grosse che non vi affacevano, erano tutte stranbellate, una brutta cosa da vedere

Niccolò. In effetto, con destrezza si fanno le cose bene

Magnano. Chi l’ha aperta.~

Niccolò. Che vuoi tu ch’io ne sappia per che.~

Magnano
. Per che non havete si gagliardo braccio, da sfondarla.

Niccolò. Il famiglio haveva
la chiave, et la serró iersera

Magnano. Non fidate mai a famigli, la chiave della porta principale: la vostra magnificenza non é ella da casa Capretta.~

Niccolò. Io son da casa Becco: hor vedi, quel che tu vai cercando


Magnano. Per saper se voi siate gentilhuomo et se l’é vostra questa casa la quale mi pare ch’habbi piu bisogno di sconficcare, che del grimandello; altrimenti voi starete difuori

Niccolò. Ben sai che l’é mia peró sconficca sconficca
non mi far piu stentare

Magnano
. Tof. Tof, Taf. Tic, Tuf. toc, tac Touf. Se la non é vostra non mi fate andare sopra un paio di forche

Niccolò
. É lavora inviatamente.

Maddalena. Chi rompe la mia porta.~ via al ladro al ladro con i grimandegli.

Magnano. Cacasangue, dissi ben io, Ser bestia, et non gentilhuomo.

Niccolò.
Tu fuggi magnano, sta forte, torna: va tienlo tu: Il padrone son io: Io sono il messere in malhora.

Maddalena. Egli é alla stufa; et non veste alla forestiera, tu mi pari, un soldato correte correte vicini, al ladro, al ladro.

Niccolò. Sta cheta arrabbiata.

Maddalena. Al ladro, de grimandegli, al ladro.

Niccolò.
Dio, m’aiuti sará ben fuggirsi, et incantonarsi se io son veduto cosi rimango svergognato Diavol che non ci passi, qualche mio conoscente


Scena Seconda

Caterina Bigio, et Stufaiuolo
Stu. To qui la sua borsa et va cercane altrove, di questo tuo magnifico

Caterina. Non ti ho io detto che sará affogato, e inpantanato in qualche canale puzzolente.~ gettavia cotesto brachiere, e andiancene a casa: che noi, siamo gli heredi Io voglio Bigio caro marito che tu, ti ritiri, dalla parte di dietro et goderemo da vecchietti: per che io affitteró dinanzi, et ne caveremo un buon dato di pigione La Sala é larga, et sonvi camere camerette, et mille stanzini, godibili

Bigio. Non lo so io.~ e v’é da alloggiar per tutto largamente Ma se tu tenessi a camere locande per tutto non sarebbe meglio.~

Caterina. Si bene: et guadagnerassi piu, ancora


Bigio. Pur che tu possi la fatica, di reggere alla gente che verrá; E vien tal poltroncione ad alloggiare, che si porta comun’asino, non so come tu starai patiente con costoro.

Caterina. Come é saranno cosi disonesti io voltero lor le spalle
, che gli allogino altrove, si fatti carichi non mi tireró io mai adosso

Bigio. Io ti ricordo poi, che le stanze son capace di molti et volendo servire
al corso che tu harai et massime alle furie della Sensa che tutto il mondo ci capita: vo dire che sará bene torre una buona massara; per che io so certo che tu non potrai supplire di qua, e di la, a tanti e ti rovinerai le reni pur fa tu

Caterina. Nó nó: Io voglio esser sola, et mi sento gagliarda e mi basta ben l’animo di soddisfare a XXV e cinquanta per una necessitá

Bigio. Poi che ti contenti cosi andiamo a metter la scritta su la porta

Caterina. Quanti danari caveremo noi, quando havró pieno per tutto, e mi gioverá pure, a tirare di quelle poste di que mozzanighi larghi, et di quei marcelli, che empiono la borsa.

Bigio. La fava; a marcelli, et mozzanighi: e vi ti pare essere giá contentati pur di grossetti. Ma sta salda chi é quel bravaccio con quella spada et con quel pennacchio incantonato.~


Scena Terza
Niccoló Caterina, et Bigio
Niccolò. Dove vai tu ladro, con la mia vesta intorno.~ ó ó tu sei la Caterina, chi ti ha dato cotesti panni. Quest’altra massara chi é.~

Bigio. Sono il vostro Bigio caro, caro.

Niccolò. O bestiaccia imbriaco, tu m’hai rubato, per fuggirti con costei forse.~

Bigio. Perdonatemi padrone io vi diró tutta la cosa

Niccolò
. Di la veritá se non ti ficco questo nella gola.

Caterina. Uú, u; messere non fate: datemi inanzi venticinque frugate a me piu tosto che ferire il poveretto, che non ci ha colpa; udite inprima


Niccolò. Sta cheta tu.

Caterina. Voi
siate sí bello magnifico messere di velluto. o voi siate bene si ben vestito, andate voi inbasciadore scrivano su la nave Dolfina.~

Niccolò
. Taci bestia: di su la veritá Bigio.

Bigio. Io dormivo sopra la vesta et la mi fu tolta per incanto et poi trovai l’uscio aperto, et la camera su la vesta che la tavola era serrata, et la berretta era accesa dalla lanterna: in casa in casa: su in casa

Caterina. E io filavo al fuoco dormendo dove senti uno spirito folletto, che dimenava forte forte la vostra lettiera, con madonna serratisi in camera eravate forse vostra magnificenza.~

Bigio. Qui sta il punto messere se eri voi, o il folletto: per che harete un pezzo che fare, a levarvi di capo queste diavolerie

Caterina. Io v’ho pianto per morto, sete forse ancora.~

Niccolò
. Il malanno che Dio vi dia Furfanti: O sciagurato a me, io non potró piu comparire in palazzo ad avocare, et sono svergognato.

Caterina. Di su Bigio, quel che dice lo stufaiuolo, di quel signore

Niccolò. Che signore.~

Bigio. Non vi so dir altro, se non che madonna Laura stanotte, colá colá vi cercava, con la Maddalena uno Imbasciadore una Reina che so io che non conosco: e ’l Doge doveva essere con la signoria, et si ridevono di voi

Caterina. E la villania che gli dissono; castronaccio marihuolo bestia.

Niccolò. A me.~

Caterina. A me, che avevo la magnificenza della vostra vesta

Niccolò. Siete voi imbriachi, et loro a fatto non si conosce dal viso di questa marihuola, al mio che ho la barba.~

Bigio. Noi eravamo in maschera et la maddalena ce le ha tolte, per andare a Padova pur che la madonna non vadi via per sempre

Niccolò
. Tanto che sete iti in maschera dadovero.


Caterina. Messer sí accioche non foste conosciuto, et fu bene, per che la madonna; quando la vi diceva puttanieri asassino; la non disse a voi ne a me per che io non ero voi: et la maschera non era me

Niccolò. Che ha da far Padova Maschera, et madonna fuori: non credo, nulla voi siate cotti dal vino: et io se gli é vero tal novella non saprei mai con queste bestie che fare, et la vergogna a che siamo: o povero Niccolotto de primi della contrada: Andate la a casa inanzi gaglioffi ch’io per la prima mi vo chiarire di questo folletto, che va le lettiere cosi forte: Sará forse stato quello, che mhavrá con la chiave guasta la serratura

Caterina. Non vi diss’io messere non ci mettete coteste toppe gentili, alla Genovese; ve lo dissi pure: Queste nostrali le quali son maschie s’usano hoggi di che da un canto, et dall’altro, si possono adoperare

Niccolò
. Tu mhai fracido, oltre ch’io son fuori, et come svergognato, mi rimango

Bigio. Fermatevi messere se voi volete toccar
la mano, a quel Re, et quella Reina, che vha detto Caterina; e son qua dietro

Niccolò. Lasciami veder, un poco questi miracoli


SCENA IIII:
Caterina Niccoló Cesare: Druda et Bigio
Cesare. Ben trovato messer Niccoló

Niccolò
. O lá voi mi conoscete stravestito: voi chi siate.~

Cesare. Sono un gentilhuomo Genovese, mercatante, e ho da spendere parecchi mila ducati

Bigio. Il mio messere, non puo vendere che suoi beni son di fede scommessi

Niccolò
. Diavol cheta questa bestiaccia.

Cesare. Et Maddalena laquale é incasa la Signoria Vostra é mia consorte et cara donna

Caterina. Voi ne tenete un bel conto, a tenerla per fante; andategli dietro non é ella ita a Padova.~

Niccolò
. Via famigliacci andate in la: quando favellano i gentilhuomini.

Cesare. Noi sconosciutamente, fuggimmo dalla patria, et siamo incogniti
ti
, con altro nome; hora ci conviene palesare et con quello honore ritornare a Genova che si conviene: havendo giustificato il mondo con l’innocenza mia et sono per dire il tutto alla Signoria Vostra Padre di Laura vostra moglie; et mi chiamo Gregorio Spinola

Niccolò. Voi sete suo padre.~ et maddalena suo madre.~

Cesare
. Al vostro servitio messer mio caro piu che padre

Niccolò.
Io son tutto intenerito, Oime voi siate mio padrone, e tutta la Casa et cioche io ho, é vostro: o moglie mia cara mi par mill’anni di vederla

Cesare. Questa é la Signora Druda, la quale ho fatto tor per moglie allo Stufaiuolo. et io gli la dota; et meco tutte due verranno a Genova, dove staranno benissimo Io la mia donna, et essa venivamo stanotte per notificarvi il tutto e trovarvi infaccendato intorno a quella porta, che la Signoria Vostra volle sforzare; per venire di sopra, a questa femina hora da bene

Niccolò. Perdonatemi tutti gli huomini son di carne

Bigio. Caterina.~ Senti che son parenti e somiglia ancora tutto colui che mi dette i mozzanighi; am.~ signore il mio messere vuol ch’io stia Cheto; ditemi é vostro figliuolo, quello che forse m’ha rubato i panni.

Cesare. La vostra veste, con inganno, gli fu rubata da colui di chi sono cotesti panni; per farvi a parlar netto vergogna in casa; chi la tolse, et come l’é andata udirete tosto che siamo tutti in casa

Caterina. Che si che noi faren’ nozze;

Niccolò.
Ringratiato sia Dio io son tornato in me, et potró comparire: andiamo in casa, ch’io veggo che la ci viene aperta

Caterina. Tu non vedi la Bigio lo Stufaiuolo, che s’é rivestito, et passeggia al fresco.~

Bigio. A suo posta, e io andró a sedere al caldo; mi sa male, che noi habbiamo perduto la casa Chi fa il conto senza l’hoste.~ fa cosí

Caterina. A suo posta
, va pur dentro, che io credo che messere gli paia mill’annj di saper chi tentennava la sua lettiera, et anch’a me.



SCENA. QUINTA.
Stufaiuolo. Solo
Chi direbbe, ch’io fussi quello dal berrettino, o cappelletto di paglia.~ non paio un gentilhuomo forse.~ tal mi diceva ignudo poltrone, che mi dará del signore Hor su il mondo, é una gabbia da pazzi. La virtú non si fa valere, se la non ha de tif taffi attorno, come si sente sonar la seta le sberrettate volano, signor si messer qua et illustrissimo la: Se fosse l’Imperadore in un saio di cotone e tocchera, del tu, et del fatti in la.~ Facciamo a dire il vero, che cosa é la ricchezza alla fine.~ Et pure di tutti i ricchi, e tenuto piu conto; da i piu dico; che de virtuosi Io ho lavato nella mia stufa, di grand’huomini, i quali venivano la dentro nudi. Io non conoscevo differenza alcuna, et la mandava tonda all’uno, et all’altro: ma poi nello spogliatoio questo era di velluto, et quell’altro di saia vestito in modo ch’io attendevo a quelle sete. et da canto la lana Vien poi veggendo i mal vestiti i piu erano i sapienti; et quegli altri parevano, un pezzo di carne con due occhi: Vedete a quello, che noi siamo sottoposti, a essere schiavi a ben vestiti Volete voi altro, che d’una tanta stoltitia nostra: me ne crepa il core.~ Se lo dicesse il sole, tutti habbiamo a essere ignudi, et in catasta. e non ne riporterá piu il Re che il filosopho in mano: tanto varra il lino, quanto la stoppa Ringratiato sia Iddio, Io sono uscito di stufaiuolo; dice bene il vero, chi ha da haver ventura sia dove si voglia poco senno basta; la lo trova in sin nelle stufe. Io me ne andro a Genova, con questo ricco mercatante; con la Druda, la quale sposeró, et usciró di stenti Havete voi veduti quanti casi in poche hore.~ ne vedrete de gli altri, et qui, e altrove; il mondo é sopra un certo carro che gli sdrucciola malamente Lasciami accostare, et entrare un poco nella lega del gentilhuomo Tic toc. Dio sa se sentiranno, in tanto piacere debbono essere Tac tac



SCENA, VI.
Stufaiuolo Bigio; et Caterina
Bigio. Chi picchia.~ O Stufaiuolo, tu sei si ripulito.~ tu non sapete voi che quello che mi rubó i panni, et la Chiave, et mi dette da imbriacarmi, era fratello di Laura.~ et era inamorato di lei, et non sapeva che la fosse sua sorella. Il bello fu che egli entró nel letto, per contrafare messere et vi trovó la Taddea vedova, in cambio di Laura Vedi che ventura l’hebbe poi che la gli voleva bene.

Stufaiuolo. Io so ogni cosa, et madonna Madalena, é stata quella che ha riconosciuto suo figliuolo trovandolo nel letto et gli ha fatti torre per marito et moglie: & io ho presa la Druda

Caterina. E tu hai Bigio da sposarmi, lo diró a messere, se non gne ne di tu: Dilá in camera terrena su quel canto di cassa, me lo promettesti

Stufaiuolo. Sará ben fatto, che tu gli manchi di fede, volli dir malfatto: et farete una coppia, e un paio; et cosí con tre paia di nozze faremo una bella festa: hor lasciami salir la scala

Caterina. Eccogli giu tutti hora: che vogliono andare, a casa madonna sposa


SCENA Ultima.
Tutti fuori
Niccolò. L’allegrezza
, mi fará tre di lagrimare

Stufaiuolo. Buon pro vi facci signori a tutti et voi messere perdonatemi vi prego

Niccolò
. Ti perdono messer si volentieri, io ti perdono

Cesare. Ben venga, messer Gottardo, non si dirá piu Stufaiuolo.

Stufaiuolo. I panni rifanno le stanghe, io ho giá guadagnato il messere da la Signoria Vostra pian piano andró al signore.

Laura. O padre mio buono o fratel caro, chi havrebbe mai creduto che noi dopo tanti anni, e tanti travagli, fussimo insieme.~

Niccolò. La mia vecchiaia ringiovanirá XXV anni.

Bigio. Messere io ho pensato d’uscire hoggimai di tanti fastidi

Niccolò
. Tu farai bene ma in che modo.~


Bigio. Io voglio tor qui la vostra fante di cucina

Caterina. Vedi balordo: di madonna Caterina.

Bigio. La Signora Chaterina et copularmi come comanda la legge

Niccolò
. Fa prima un salto

Bigio. Ecco fatto

Niccolò. Tu non facesti mai il piu cattivo, va che io son contento

Caterina. Io gli dó quanta dote e vuole e giá gli ho dati parecchi cornabó ma io ne voglio contratto informa di Camera

Cesare. Egli é bene il dovere

Bigio. Voi che mi darete Signor Vincenzo che mi togliesti la vesta.~

Vincenzo. Tutti i vestimenti ch’io lasciai alla stufa; poi che ho trovato lodato Dio padre madre moglie et sorella: per si fatta cagione.

Caterina. Voi messere che gli darete.~

Niccolò. Quella testa di Cerbio grande, per metterla all’arme vostra

Caterina. Sarebbe troppo gran presente, essendo stato cimieri di casa tanti anni, non voglio che vi priviate d’una si fatta requilia

Laura. Andiamo che non mancherá, che dare a ciascuno

Stufaiuolo. Voi, vedete spettatori le nozze di Taddea si vanno a ordire, con tutte l’allegrezze del mondo Quelle del Bigio son tessute parecchi giorni sono; chi vuol di quelle buone torni domani et di queste di Caterina, a chi ne piace, puo restare; delle mia a dirvi il vero non so il giorno appunto ma io le vo fare tanto grande, che se ne dica per tutta questa cittá: peró vi invito tutti, e con questo, ciascuno con meco ne faccia festa


Il fine della Commedia





"Lo Stufaiuolo" by Doni (V): A Synoptic Edition
Change

LO STUFAIUOLO DEL DONI. COMEDIA
Allo Illustrissimo Signor Presidente della Romagna: il Reverendissimo Signor Pietro Cesis, Vescovo dignissimo di Narni et cetera
MDLVII




Al Reverendissimo Signore Pietro Cesis,
mio Signore: et cetera
Per
che le lettere sono state sempre poste ne i degni et honorati luoghi; si per alzarle a maggior gloria come per riverir con quelle i signori meritevoli: peró ciascuno che ne fa professione, con tutto il potere et valor suo, le consacra continuamente a gli honorati signori illustri di quella etá Ecco per debito mio, et merito di Vostra Signoria Reverendissima ch’io vi porgo un picciol mio presente d'una Comedia accompagnata con un saggio di musica, de suoi intermedi; Se la diletterá alla Signoria Vostra Reverendissima mi sará cosa grata; & in piu honorato luogo scriverró il nome suo degno d’ogni honore, et dogni riverenza: per mostrare al mondo, come sono stato sempre servidore alla Illustrissima nobiltá di casa CESIS, & con riverenza le bacio le mani: & infinitamente mi raccomando
Di Vostra Signoria Reverendissima Servitor’

Il Doni Fiorentino



PROLOGO
SIGNORI Spettatori Illustrissimi magnifici reali et come voi volete Con tutte queste bellissime donne siate i ben trovati E son forse parecchi mesi, che io mi acoppiai cosi posticciamente, con una bella cortigiana Todesca; la quale come udirete ha presa la mia lingua tanto bene che la par nata in Italia come me Io sono stufaiuolo de primi di questa Città per che apicco, mirabilmente cornetti, & ho nome Gottardo pur di razza Todescha ma sono attalianato benissimo, et per questo credo che la Signora Druda che cosi si fa chiamare m’habbia posto amore: Senza dirvi che la carne tira
Non si dice egli per proverbio, tagliami le mani, e i piei: et gettami fra miei.~ Hora per non havermi lasciato mio padre possessioni sto qui a stufare, tenendo a camere locande. Et pur hora come mi vedete sotto questa vesta nudo della stufa io vengo Lei sta quá; et per una porta falsa chella ha dietro (la casa) entro, et esco, et ella riceve i nudi stufati. et usiamo ogni cosa sottosopra lei et io per indiviso Oltre al lavare io ho imparato una virtú et é questa di dire alle comedie et se non era questa ricca, et bella Tedesca che smania come io mi spicco da lei; saria andato qui presso a fare il prologo a un’altra comedia detta la Bolgetta una favola di velluto; o io credo che la vi sodisfarebbe assai se la vedeste. Horsu per adesso non voglio dirvi del fatto nostro altro Io son quá per farvi un’argomento d’una nuova Comedia un caso di poche hore, et spedirovvi tosto; poi che ho dirizzata la fantasia, a cioche sommariamente la contiene et non istaró a menar la cosa lunga et lentamente facendovi stentare come fanno i vecchi che dicono le cose loro adagio adagio col tornare hora indietro, et hora con l’adoppiar le parole onde la risolvono in fummo hora state fermi, et datemi dolcemente udienza

Un nostro magnifico sta in questa casa, et ha una moglie che tolse per amore; una fanciulla Genovese allevata in casa sua: tenete bene a mente, et state saldi, ch’io non gettassi le mie parole al vento: et si chiama Laura una delle belle giovani di questa cittá, et per le bellezze, sue é famosissima Ella ha due amanti uno sta quí con la mia cortigiana un ricco mercatante fuor uscito sconosciuto, che se ne va in habito humile per salvar la pelle et ha la donna sua chiamata Maddalena la quale sta al governo della casa di questo magnifico & é una donna d’ingegno et Laura fa cioche la vuole et portagli un grande amore In questa Stufa, l’altro inamorato fa non so che rubamenti et scambiamenti di panni Onde aviene che quasi tutte le persone mutano habito: Tanto che per una scena, ne vedrete due essendo gli strioni, quasi tutti indue habiti sopra di quella
Una
vedova la quale é sorella naturale del magnifico inamorata d’uno di quegli amanti di Laura é cagione che ogni cosa torni a segno La sta qui da lei infuori si traveston tutti; una bella tirata vi prometto. Se starete cheti la Comedia si fará: et inparerete nelle stoltitie d’Amore a raffrenarvi. gli affanni, sempre sperando bene. Conoscerete che non é da fidarsi del mondo: sarete cauti nel tenere fante, et servidori, per veder come sono tutti d’una buccia: et fuggirete le pazzie della vecchiaia le quali son molto licentiose Et per tenervi allegri, et senza sonno vi so dire che voi riderete di bei pezzi Ma ecco apunto che sul meglio del dire, e mi vien da costor’ qua, rotto l’huovo in bocca Io son forzato a non seguitare piu l’argomento Attendete adunque a loro, che piu inanzi entreranno con la cosa, et meglio; per che sará vedendo, un toccare quasi il fondo del vero ma non lo credete altrimenti per che quello che giá fu dadovero, é hora in comedia ridotto, et chiamasi lo STUFAIUOLO, mi raccomando Alle Signorie Vostre

LA SCENA É VINEGIA

persone della Favola
Cesare et
Maddalena sua donna
Laura moglie di messer Niccoló,
Taddea sorella di messer Niccoló.
Vincenzo inamorato di Laura
Caterina fantesca
Niccoló vecchio.
Gottardo Stufaiuolo
Bigio famiglio.
Corrieri.
Druda Cortigiana
Magnano


LO STUFAIUOLO COMEDIA

ATTO PRIMO
PRIMA SCENA
CESARE, et MADALENA.
Cesare. Tu sai la compagnia che io ti ho fatta, tanti, e tanti anni che hoggimai possian dire d’esser vecchi. Hora tu vedi come io sono aflitto, et non posso dire per che.~

Madalena. Questo é il dolor mio di non saper qual cagione ti stringe, a tanto martire: lo esser fuori della Patria tanto tempo, mai ti ha dato occasione si fiera di tormentarti il core lo havere smarriti o perduti due si cari figliuoli l’essere come schiava, non mi pesa, ne a te mai lo star cosi sconosciuti ti ha aggravato Non ho io in petto, et nella cassa gioie, et danari da provederti, se voglia alcuna di andare di riposarti, o far qualche impresa che ti conforti. dimmi caro marito horamai la pena tua. Io son pur colei che ho tutti i tuoi secreti suggellati nel cuore, per che non mi palesi tanta tua malinconia.~

Cesare. Poi che tu mi stringi con l’amore da un canto, et l’esser vicino alla morte dall’altro io ti prego ad aiutarmi, che puoi et conservare questa vita, la quale é tua

Madalena. Io comincio a pigliar’ animo, et veggo la strada dove viene il mal tuo, hor di allegramente et sta di buona voglia che per la tua cento, et mille volte metterei la mia.

Cesare. Ecco che non senza rossor di viso, et con gran fatica, io mando fuori questa parola. Laura é quella che mi priva di tutti i diletti, et della vita; et il tuo tanto amarmi, mi ha condotto al fine come tu vedi volendo piu tosto morire, che palesarti tanto mio pensiero: se ti piace che io muoia che altro rimedio non ho. Eccomi all’estremo; se due volte mi vuoi dar la vita perdonami, et aiutami tu far lo puoi ancora che mal fatto sia ma contro alle forze d’Amore in questa mia matura etá: non ho trovato riparo alcuno che baste, a ogni altra cosa ho posto termine, salvo che a questo che lo conosco errore universale; o Dio aiutami.

Madalena. E pare che tu non possi per il dolore finir’ la parola, ritorna in sta su allegro, et pensa che a tutte o la maggior parte delle cose ci si trova rimedio

Cesare. O quanto é infinito l’amore che tu mi porti.

Madalena. Certamente che dal capo alle piante, tutta mi son commossa: percioche due estremi casi in un
medesimo punto m’hanno assalita. Il piacere della tua vita, et il dispiacere di lei la quale so certo esser giovane honestissima da non la commuovere per alcuna cosa, o di pregio o di valore: ella é tutta casta tutta savia tutta honesta et mi pesa che questo tuo amore non sia in quale esser si voglia donna che io conosca, salvo che in costei: guarda sorte.~

Cesare. Maligna per me poi che la mi torrá la vita.

Madalena. Non ti perder cosi tosto, che io spero di farci qualche utile rimedio; Apunto la vedova esce di casa, vattene, et ritorna ch’io faró tutto bene

Cesare. Sta sana: O infelice la mia etá.


SCENA II.

Laura Taddea et Maddalena
Laura. Si che tu hai udito cara cognata quante me ne faccia questo vecchio; ma io mi dispongo in ogni modo di giungerlo una volta sul fatto: se tu mi aiuti come mi hai promesso

Taddea. E non son per mancarti a dio

Madalena
. Molto non restate che é notte.~

Tadea
. Non mancherebbe altro, a star senza la licenza di quei di la da casa Conforta Laura che quel vecchio la fa viver discontenta, va poi tu; et maritati, con questi, o simili huomini randagi.

Madalena. A ogni modo l’é mala cosa a dar di naso a quante carogne sbarcano in questa Cittá pure che una volta ei creda di non l’haver veduta piu, ei fa la pratica e tre giorni gli bisognano a mettersi in ordine, il tutto é che se ne vanta; quando egli é allegro dopo cena la sera et é geloso sopra mercato.

Tadea. Egli é mio fratello, ma non gne ne risparmio una, sempre gli dico che egli ha mille torti, et lo carico di villania, ma tutti i pari suoi in quella etá; o la piu parte; sanno di scemo

Madalena. Forse che Laura non vale un castello.~

Tadea. Bene é vero. Hor lasciamo andar questo caso et saltiamo in un altro; dimmi cara sorella mi posso io fidar di te.~ et senza farti piu parole scongiuri, o preghi poss’io realmente sfogarmi teco, d’un mio segreto.~

Madalena. Io ho sempre udito dire, che chi non vuole, che una cosa si sappia non la dica: ma in questo caso tu lo dirai a te medesima, ma se tu non lo puoi tenere come lo riterrá un’altro.~ pure lo haver bisogno di aiuto é forza Se voi di soccorso a me possibile havete di mestiero dite sicuramente, non accadendo opera che io possi fare in vostro pró: tenetelo nel core; per che molto meglio fia allogato in voi, che in quale altra persona si voglia.

Taddea. Non posso far di manco, et perche io so quanto sia la tua realitá senza piu ciancie ti dico, che d’un bel forestieri inamorato di Laura io sono tanto invaghita, che non so stare altrove che in questa casa, perche pochi giorni fallono che due, e tre volte, egli non ci passi et con il vederlo mi quieto, benche poco

Madalena
. Laura da ella occhio, a cotestui forse.~


Tadea. Apunto ne anche volge pur gli occhi, se per sorte la si abatte alla gelosia come colei che é di diaccio inpastata Io sono come tu vedi vedova a pena viddi il marito, et mi pare strano l’esser sola et niuno cipensa.

Madalena. Et che effetto che vi giovi posso far io in questo caso.~

Taddea. Dimmi prima, se tu mi vuoi aiutare.~

Madalena
. Con l’honor di casa, et mio faró ogni cosa

Tadea. Non ne fia nulla.

Madalena. Adunque ci ha andare l’honore di tutti.~ o questa é poca fatica ad accomodarsi come la si da per il mezzo basta

Tadea. Intendi cara sorella l’honore in quanto che ogni cosa fia coperta: esso tu, et io che saranno tre persone lo sapremo altri nó

Madalena. Pur che non sieno come dice il vulgo, chi va chi viene, et chi stá: ma fatemi questo conto piu particolarmente

Tadea. I modi ci sono assai pure che una di casa mi sia fidata: e a te non mancheranno stratagemmi et a me che son punta dal fuoco amoroso asottigliatore de cervelli grossi: brevemente con il nome di Laura, faremo uno inganno

Madalena
. Cara Taddea a condur ben le cose bisogna ottimamente pensare, et seguire: ma ditemi voletelo per marito.~

Tadea. S’io potró si, quanto che nó per amante

Madalena. Io favelleró con voi in altra maniera fuori del vostro discorrere Conosco apertamente la vergogna di casa, et vostra Voi dite che amore e buon maestro in questi casi: ma egli é peggio la cecitá della mente, che la grossezza del cervello Laura non ha ella marito.~ come cotestui si troverrá ingannato come andrá ella.~

Tadea. Potrebbe essere che io lo rivolgessi al mio intento, con le parole con la pietá con l’amore con preghi, et altre cose assai come accade

Madalena
. Una certa perdita é qui con un dubioso acquisto, gli huomini son duri di cuore i piú: et di lor fantasia, poco si curerá di voi; io non ci veggo nulla di buon taglio; pure il pensare qualche hora sopra questo caso, potrebbe far nascere qualche buon fungo, in questo mezzo consigliatevi con il vero, et non vi lasciate ingannare all’ombra

Tadea. Sia con Dio, io andró a casa inanzi che sia buio; vedete la non so chi che guarda, et sta turato

Madalena
. Guardi quanto vuole

Tadea. La prima occasione che mi venga di tornare qua, provederemo al possibile

Madalena. Cotesto si fará tosto ma all’impossibile pare a me che s’habbia da provedere: Buona sera

Tadea. Sta sana

Madalena. Et voi ancora



SCENA III.

Vincenzo, et Caterina.
Vincenzo. Da poi che il mio padrone ricco mercatante mi tolse da piccolo in casa: sempre mi ha tenuto in viaggi di nave, almanco non mi havessi egli fatto havere giá due anni sono tanto otio; che io non sarei cosi trafitto dalla passione continua d’Amore. L'andar per questa Cittá con gli occhi fissi nel volto di questa, et quell’altra giovane, senza pensiero alcuno, mi ha condotto a tal termine che io non ho un hora di bene

Caterina. Tentenna tentenna; tanto tentennai, che s’aperse.

Vincenzo. Ne
riposo giorno, et notte.

Caterina. Io credo che sia piu di tre anni, ch’io non lapersi mai

Vincenzo. O Laura, O Laura, del mio cor fermo pensiero.

Caterina. Et
se non era il Bigio che tanto mi fastidí una sera, a voler fare un suo servigio: che il vecchio non lo sapesse non havrei messo mano a quella strada La padrona me lo ha fatto usare stasera un’altra volta, et son tutta traffelata, per la pena d’aprirlo: egli s’era come non usato quasi apiccato l’uno sportello con l’altro Io vo a chiamar’ la Taddea che venga a starsi stanotte con Laura: la poteva pur dimorare un’altro poco a andarsene che non havrei havuto questa stracca, di menar le gambe in fretta in fretta.

Vincenzo. Che cicala questa cornacchia, egli é meglio che io mi acosti; O quella giovane, ricogliete il fazzoletto. che v’é dietro

Caterina. Gran mercé messere Ma state; e non é mio che ci son dentro danari.

Vincenzo. Tanto meglio per voi, ne mio ancora guardate bene

Caterina. Ditemi che moneta é questa: non mi strignete la mano.

Vincenzo. Tenevo, accioche non vi cadessino,

Caterina. Mai piu ho veduto di si fatte monete grande, come si chiama ella questa.

Vincenzo. Cornabó

Caterina. Spendonsi eglino per tutto.

Vincenzo. Per tutto nó: ma in buona parte del mondo

Caterina. U. u.
non mi toccate cosi: e par che voi mi vogliate maturare a spremermi cosi attorno.

Vincenzo. Non posso io poi che sono stato cagione che cotesti danari sien vostri accostarmi con le carezze.~

Caterina. Voi havete quelle mani sode; andate in la, che begli atti, da fare a una pulzella.

Vincenzo. Chi é bella ha da essere ancora gentile cara massaretta

Caterina. Se io havessi i miei panni buoni dal di delle feste forse forse, che non mi dileggeresti.

Vincenzo. Ho io lo credo, tu sei ancor bella cosi. dimmi speranza che é della padrona.~

Caterina. Enne bene per che.~

Vincenzo. Io ho un’ non so che pendente ch’io gli vorrei donare, porterestignene tu.~

Caterina. Dio me ne guardi, non porto polli, non voglio delle mazzate, lasciatemi andare a fare
una faccenda per lei che importa

Vincenzo. Puossi ella sapere.~

Caterina. Io ve la diró ma tenetemela secreta

Vincenzo. Per questa croce della nostra donna, che mai tu ne sentirai; madesi.

Caterina. Vo
a chiamare la sua cognata che venga a starsi seco stanotte poi che il vecchio va alla stufa da una cortigiana La crede che non tornerá peró manda per costei non volendo dormir sola per passar quei fastidi quei pizzicori, et quella malinconia

Vincenzo. Almanco togliessi ella me in quello scambio, di gratia piglia quanti danari tu vuoi, eccoti la borsa; et portamegli una lettera.

Caterina. Non vo di portante altrimenti. U. ú, e si lieva la luna, io vo via a rivederci

Vincenzo. Ascolta, ascolta.~ poi che tu non vuoi ascoltare va in malhora. E si suol dire che i proverbi son veri; al primo colpo non casca l’albero. a tre fazzoletti costei é mia certo. E si dice ancora fico basso, et fantesca d’hosteria, palpeggiando si matura Quando un fico é basso, ogni uno lo tasta segli é mézzo tanto che in poche spremiture e gocciola, et cosi la fante di cucina, hoggi viene un forestieri et la tasta da un fianco, domani ve ne capita unaltro et la stringe da un braccio: chi gli tocca, la mano; et chi gli mette le dita sotto, il mento; onde in poche settimane, ell’é cottoia Costei poche spremiture pare a me la ridurrebbono
Ma sará meglio che io vadia a far altro; che Laura mia non sono io per vedere altrimenti si é notte Ecco il vecchio, che maladetta sia la sorte: guarda chi gode si bel giglio. hor su io daró una volta, poi che quest’uccellaccio va in muda; et poi ritorneró; chi sa.~


SCENA
IIII.
Niccolo Bigio, et Stufaiuolo.
Niccoló. Cenerai Laura et poi vanne al letto, et aspettami

Bigio. Fatto l'olio: so che l’havrá un bello aspettare

Niccolo. Bigio o Bigio .~ tu non odi, tu non rispondi, se tu sordo Bigio.~

Bigio. Io non sono altrimenti sordo messer nó

Niccolo. Per che non rispondi tu quando io ti chiamo.~

Bigio. Dove
havete voi trovato che si chiami mai uno che sia sugliocchi altrui.~ e si chiamano coloro che son discosto: se voi vedete che io son qui che accade gridar Bigio Bigio, non sapete voi dire il bisogno vostro; fa cosi; et va cola.~ senza farmi tanto rispondere messere messere.~

Niccolo. De vedi cosa, sto io con esso teco.~ Sta pure a vedere, che tu vorrai esser me, et che io sia te.~

Bigio. State pure avedere; se voi non istate a casa che voi sarete un’altro et un’altro sará voi.

Niccolo. In che modo.~

Bigio. In modo d’archetti, per hora non so dir' altro, dite cio che ho da fare; io veggo ben quanti sospiri vanno per casa, et fisti per la via

Niccolo. To questa chiave, et serra ben ben quell’uscio, Zufoli poi, chi vuol Zufolare


Bigio. Ecco fatto togliete

Niccolo. Dimenasi, o vien fuori il buncinello.~

Bigio. Ben be: se gli é serrato, come puó egli uscire fuori. dove siate voi stasera: ó ó ó.

Niccolo. Conficcasti tú
tutte le finestre, come io ti dissi.~

Bigio. Messer si.~

Niccolo
. Quella del tetto.~

Bigio. Messer si.~

Niccolo
. Quella della volta.~

Bigio. Messer si.

Niccolo. Quella del granaio.~

Bigio. Messersi messer si quella del pollaio quella di cucina quella della dispensa quella della stalla quella della colonbaia et quella del palco delle mele: quando alla prima ho detto tutte che accade far queste Tanie.

Niccolo. S'io non havessi il bisogno che io ho de fatti tua: ti ficcherei hor hora questo stocco ne fianchi. Guarda chi mi vuole insegnare: Che palandra hai tu da dottore, su la spalla, ripiegata.~ che ne vuoi tu fare.~

Bigio. Voglio adoprarla; la discretione é madre de gli asini messere Voi l’altre notti andate alle signore, et io fo mula di medico, egli é questo freddo io non voglio intirizzarmi

Niccolo
. Tu hai ragione mettitela un poco indosso, et va la due passi ah.~ ah.~ che cavar te la possino i becchini, tu sei il bel pazzo: So che io sto fresco a famiglio balordo.

Bigio. Voi, e io sian due, se tre altri ci volessino far correre; io son’ senz’arme

Niccolo
. O vedi bravo; camina poltrone et picchia allo Stufaiuolo, et spacciati

Bigio. Tic, toc; o maestro, ou, o lá: egli é qui il magnifico signore, che si vuol fare apiccare due cornetti su l’osso del cervello. aprite.

Niccolo. Che cosa gli hai tu detto.~

Bigio. Che volete farvi bello
; apri tosto.

Stufaiuolo. Stasera non si puó. Io ho dismesso magnifico messere e domani é la nostra festa

Bigio. E apri che noi la voglian fare stanotte.

Niccolo. Maestro e bisogna servire: voi sapete che un par mio non puó cosi disagiarsi ogni sera, aprite et pagatevi

Stufaiuolo. La stufa é raffreddata

Niccolo
. Scalderala, non piu novelle bestia.

Stufaiuolo. La magnificenza vostra, stará a disagio un pezzo

Bigio. Che importa pur ch’egli stia al caldo, non gli da noia et io dormiró nello spogliatoio

Niccolo Senza lingua gaglioffo.

Stufaiuolo. Voi sete padrone peró non posso dir di nó; pignete la porta, et venite dentro


Bigio. Dice bene l’avverbio, che a cuocere bene un huovo fresco fare il letto a un cane insegnare a un fiorentino, et servire un Vinitiano sono le piu difficil cose che si faccino, et se voi non me lo credete dimandatene quelle donne colá colá: che vanno, so ben’io.


SCENA
V.
Caterina, et Taddea.
Taddea. Se ben si va dinotte, noi siamo a Vinegia et é per carnesciale

Caterina. L’uscio, é diacciato il corbo ha preso il volo, andiamo pure per l’uscio di dietro, dove io uscì

Tadea
. So che la casa sta frescha, come s’usono tutte due l’entrate, a che fine hai tu aperto cotesta.~

Caterina. Bisogna accomodarsi a tempi cara madonna; il vecchio vuol’ la porta dinanzi a suo , et vuol vedere, et sapere chi vá, et chi viene: noi che habbiamo qualche vogliuzza di comperare delle cosette non volete voi, che ce la possiamo cavare.~ la sarebbe bella che sempre havessimo a stare a bocca secca.

Tadea. Dimmi quando e tornassi, et mi trovassi incasa non mi ci havendo veduta venire.~

Caterina. Ne me ancora vidde uscire et non pensai che mi trovassi fuori quando sarete dentro penserete a cotesto, non mancherá mai di fare come ho fatto io

Tadea
. Cento, et mille volte sono stata in questa casa, et mai usai questa via

Caterina. Ell’é una comoditá non conosciuta, et vi potrete usandola dar qualche spasso; senza esser vergognata, che i vicini vi stieno a sindacare, o a vedervi

Tadea. Hor’ entra, con buona ventura tu sai l’usanza della porta: peró va inanzi


DEL PRIMO
ATTO FINE


ATTO
SECONDO
SCENA PRIMA
VINCENZO SOLO.
Vincenzo La
sciocca opinione del vulgo, mi ha tenuto un pensiero nella mente, Che Cupido sia Dio, che abruci saetti, et infiammi il cuore di noi miseri amanti O sciocco volgo accecato nell’ignoranza. Per dirlo in una parola. Io credo che Amore sia una infirmitá di natura, che ciascuno ha nell’ossa. Una certa spetie sottile di doglia, mescolata con un pensiero dilettevole, che non si stima per malattia Apicasi questa bestiale infirmitá per piu vie, et pigliasi da ciascuno, et da tutti i tempi Non é per dire il vero male che paragoni questo per che é intrecciato con la natura, et non viene da humori Egli é un sottilissimo fuoco che tal volta si porta nella parola: per che nel raccontare Le bellezze d’una donna ancora che la sia di lontano tu te ne guasti Dio ne guardi ciascuno. Che cosa non ha fatto l’huomo infuriato da questa febbre.~ et la donna.~ distrutto cittá paesi, et regni: amazzato amici strangolato rivali tagliato a pezzi parenti, et lor medesimi si sono apiccati Per Amore am.~ lieva la gamba: La madre non si cura del figliuolo; la moglie non pensa al marito ne ’l marito alla moglie Io concludo che Amore é un male senza rimedio: et io lo provo Non so, se mi par di vedere in calze et giubbone fuor della stufa, il possessore di Laura mia vita Egli é certo: poi che mi ha dato due volte ne piedi vo seguir la traccia; forse che Amore mosso a pietá se pure é vero che sia Dio de miei tormenti dará mano, a sollevarmi da tanto dolore


SCENA II,
Niccolo
Bigio Stufaiuolo, et Vincenzo.
Niccolo. E non é la piu dura cosa che lo aspettare con disagio massimamente quando, vi interviene, amorazzi, et quel che importa piu la chiave della conclusione

Bigio. Alla magnificenza Vostra non doverrebbe dar molta noia, un hora di piu, a ogni modo quanto piu state meglio é per voi per che la notte vi parrá piu corta

Niccolo. Tu entri sempre, in qualche cetera che non ti tocca. Io debbo lavorare a giornate bestia.

Stufaiuolo. La Vostra magnificenza potrá andare a cominciare a spogliarsi; che io saró in ordine, in un tratto; so
che dovete penare un pezzo tante cose
havete da sdilacciare

Niccolo. Si per San Piero in un tratto son bello e ignudo, tu lo sai male io non ho brachieri, come questi altri vecchi bavosi havrai cura Bigio alla cassa de panni, per amor di quella borsa, tu m’intendi

Bigio. Io mi vi adormenteró sopra per non la perdere, andate pure senza pensiero, a pulirvi

Vincenzo. Che si che la sorte mi vorrá aiutare all’improviso, et farmi succedere in modo inconsideratamente, che mille savi pensieri, non m’hanno voluto mostrare. Lasciami pensare un poco: Io ho trovato l’inchiodatura. La mi verrá fatta certo. O lá, o la, padron Gottardo; Stufaiuolo o .~

Stufaiuolo. Che vi piace signore.

Vincenzo. Potrei io lavarmi stasera.~

Stufaiuolo. Io ho un magnifico quando lo havró servito serviró la Signoria Vostra et la servirei inanzi, ma voi sapete come son fatti: state cosi un poco come pare alla Signoria Vostra et poi venite, et spogliatevi venitevene dentro alla sproveduta, Io saró la intorno al gentilhuomo, et con qualche trattenimento dando un colpo sul cerchio, et uno su la botte laveró ancora la Signoria Vostra tanto che a un’hora medesima, finiró l’uno et l’altro

Vincenzo. Ordina al tuo garzone che non lasci venir nessuno per che voglio esser solo, et pagati

Stufaiuolo. Cosi faró

Vincenzo. In effetto come il bisogno stringe il cervello rivolta mille modi per servire la necessitá Ho pensato uno inganno o sorte questa volta, et poi non piu pur che la mi riesca Io credo che in questa cittá, che é tanto popolata di varie nationi, ci accaggino di belle novelle Io ne quelle quattro et non son piu che due anni che il mio mercatante mí lascia star qua fermo Chi ci ha daspendere gode di buon bocconi; ma ce ne sono ancora de gli strangolatoi; questo di Laura é uno. Gran cosa, che non ci sia mai stata ruffiana si suffitiente che bastato gli sia l’animo d’afrontare quel Torrione, tutte dicono che la rocca é ; anzi piu che l’assedio non la farebbe arendere Pure le son certe cose, che Dio sa come l’andasse, a quelle strette, ci sono di mali passi Il letto il buio la comoditá; la fragilitá i danari la fede del secreto; fanno gran violenza Io non vo dire come molti per non far carico alle buone che le sien tutte d’una lana per che l’esperienza mi fa credere al contrario Egli é meglio che io vadi dentro inanzi che coloro s’appressino che non si volessero stufare ancor loro. et veder sel mio pensiero debbe havere effetto e trar sul libro della sorte improvista con i dadi falsi dello inganno; et chiarirmi in effetto se a Vinegia ne posso far io, ancora una; o savia, o pazza che la mi riesca; con questa passione et con questo batticuore, non ci é ordine a vivere.



SCENA III.

Cesare Corrieri, et Druda
Corrieri Chi ha patienza nelle tribolationi, il piu delle volte viene aiutato. Suo Maestá vi rimette, et siate con i vostri signori della Cittá giustificato benissimo

Cesare. La mia innocenza m’ha fatto favore, Iddio non abandona mai chi spera nella sua bontá, Questa é la mia habitatione a canto a questa stufa Quá é la porta principale, la padrona che tiene a camere, si chiama Druda Todesca dello Stufaiuolo Venite per le lettere domattina a che hora voi volete o io ve le porteró a Rialto, et se vi piace alloggiar meco potete star quanto vi torna bene Questa é la mancia della buona nuova godi questi scudi per amor mio

Corrieri
. Baciovi la cortese mano

Cesare. Va con Dio O quanto é fallace il mondo o quanto é bene ogni cosa contrapesata, Stolto chi si fida nelle sue promesse. Non é si tosto distrutto in bocca il Zucchero che l’apetito ti fa venire un’amaro desiderio di qualche altra cosa La nuova del ritornare alla patria, é dolcissima ma il lasciar Laura, é un fiele crudelissimo; o Sorte, O Destino, che crudeltá son queste.~

Druda. Signor Cesare che fate voi costaggiu di fuori al freddo, venite qui su l’uscio; Io vi ricordo che voi siate inanzi con gli anni

Cesare. Travagliava la mia mente Ecco le lettere della mia innocenza che il ritorno della patria liberamente m’é concesso

Druda. O quanti falsi concetti si fanno hoggi una gran parte de signori, et principi nella mente cose da non se ne maravigliar molto poi che tante esperienze di giorno in giorno se ne son vedute Le cose de gli stati son molto tenere et si vede tal moscha che pare uno elefante

Cesare. E principi son netti e i signori della republica sinceri di cuore: ma gli huomini son ben pessimi i quali bene spesso comodamente hanno le loro orecchie; nelle quali scolpiscono la malitia Quella Città e beata et beato quel signore che ha ministri giusti et male per quelle dove vi regnano i vitiosi Quanti cittadini di mala mente che governano aspettano l’occasione da poter profondare un’altro cittadino, o dargli una ferita su l’honore.~ et su la roba: et se bene é á torto fatto che egli é bisogna che sia diritto ne di questi casi bestiali o accidenti del mondo se ne puó assegnare le ragioni per che la veritá stá di sopra: ma lasciamo questa tragedia dove andate voi cosi bella.~

Druda. Faceva pensiero di montare in barca, et due hore passare il tempo attorno, a ogni modo tra le pelli, et la comoditá della gondola, non si sente in si poco spatio il freddo: et non ad altro fine, se non per ischivare un fastidioso magnifico vecchio: il quale tre giorni sono mi tormenta et io non attendo piu a baie come sapete: per che voglio potercomparire fra le donne daBene

Cesare. Et é gentilhuomo.~

Druda. Si credo io anzi é certo Io ho qui una sua lettera amorosa: et per importunitá ho detto al suo fante
di si ma sará : Eccovela leggetela di gratia poi che questo Lume di Luna vi serve si bene

Lettera.
Al Christallino specchietto della mia effigie la signora Druda Zucchero rosato del mio stomaco magnifico
Reverendissima stella come sapete la Signoria Vostra Che la mia magnificenza ha discorso in materia del mio amore et concluso sopra le prove fatte a diverse signore venute di nuovo nella nostra Città domina dominantium i favori ch’io posso con ogni tacca di persone, et panni oro: peró che vale assai i pari miei magnifici fu del quondam Clarissimo Messer Bernardo Hora a gli ufitij delle pompe procuro: et hora a signori dinotte disputo Desidero adunque esseguire stasera da quattro hore in la, tanto mio amore strenuo Cedino le vostre fulguree beltadi invitte, alla servitú del vostro schiavo infangao, et tutto crocifisso: la onde con questo aureo san marco; la magnificenza mia, vi bacia la Zecchina mano
Il piú infocato amante: che vi toccasse, o scaldasse mai le carni



Cesare
. La Signoria Vostra fa torto alla sapienza di questo magnifico ma per che promettergli.~

Druda. Per fastidio
; ma che importa.~

Cesare. Ancora che alcuni sieno di cervello manco qualche carattere; bisogna rispettargli, che fu quello un Zecchino am.~

Druda. Si signore ma lo rimandai indietro per il famiglio

Cesare. Dio sa se lo ha portato.

Druda. Domin fallo.

Cesare. Sarebbe il primo, questa cittá é piena di famigli marihuoli et se non fossero i buoni ordini sarebbe un baccano, dove pare un paradiso Quante buone leggi ci sono.~ et comoditá rare. piu che in citta d’Italia. Non é questa una bella cosa, che un pari mio possi andar solo.~ et sconosciuto, et acompagnato a suo piacere.~ Un Duca un prelato, et un signore, ha uno spasso estremo di questa incognita familiaritá Ma torniamo al magnifico la Signoria Vostra si riduca a casa per che se voi non vorrete dargli fatti.~ daretegli parole, et non beffate cosi, per nulla non lo fate

Druda. Poi che ho compagnia da ragionare penseremo qualche rimedio per questa faccenda

Cesare. La Signoria Vostra vadia

Druda. Anzi quella

Cesare. Nó signora tocca a voi; per niente. é andate dentro che colui che é lá dalla
Stufa non ci vegga far queste cirimonie fuor di proposito la notte

Druda. Per non vi tenere a tedio ubidiró

Cesare. Bacio la mano alla Signoria Vostra



Scena IIII.
Vincenzo, solo
Ha.~ ha.~ tutti i famigli son famigli alla fine. I danari, et le ciancie che ho dato loro hanno fatto Che si son trafugati per non so che corte, et inzuccato bene bene et hora dormono come tassi se io posso ordir la tela: spero di farvi ridere Io vo dentro, per che chi ha tempo; non aspetti Tempo


FINE
DEL II ATTO.


ATTO TERZO
SCENA PRIMA

Maddalena: et Cesare
Madalena. É egli desso.~ si é: apunto venivo signor mio per trovarti

Cesare. Con buone nuove.~

Madalena. Ne nuove, ne vecchie; ne cattive ne buone. noi siamo disperate tutte di casa La Taddea vedova, Vedova in quanto all’usanza di questa Città; ma il marito era in Aleppe quando gli fu dato per man d’uno altro l’anello et nel venire é affogato Lei adunque che le passa il tempo; s’é scoperta con tutti d’essere inamorata d’un guasto di Laura che la muore; e non se tu quel desso; et cosi dice non havere ne giorno ne notte un hora di riposo Laura si ride di costei da un canto: et dall’altro piagne d’essere annegata in un bicchieri d’ acqua con quel vecchio; il quale oltre che le fa cattiva diacitura ogni settimana e va da questa, et da quell’altra Zambracca a vettura ma noi lo vogliamo stanotte corre alla stufa, la da te: nella quale sua magnificenza si debbe lavare

Cesare. Sia in buon’
hora, sai tu che io ero uscito fuori per venire da te.~

Madalena. Non altrimenti

Cesare. Ecco la patente del nostro ritorno alla Patria con le possessioni libere, et ogni nostro havere.

Madalena. O Signore sia tu ringratiato sempre, Io ho del continuo sperato nella sua bontá et ho fede di ritrovare un giorno, al meno, uno de miei figiuoli

Cesare. Eime dolente giá me gli sono scordati.

Madalena. Non giá io: et ho amente la voglia che ha la Fiammetta sul braccio i nei delle spalle, e tutto et Gianni Batino non ha forse de contrasegni cinque, su la vita.~ non vo se non quello del cece, sotto la popa manca

Cesare. Non pensare alle cose impossibili guarda piu tosto di farmi consolato

Madalena. Sará piu impossibile questo Ma sta di buona voglia che io ti voglio vivo; peró fra poco, la condurró dalla Druda, che la metta in suo scambio a canto al vecchio siate d’accordo voi che io ve la lasceró in casa


Cesare. O felice a me; per te certamente ravvivo; oime tu mi ritorni l’anima; sará ella cosí.~

Madalena. Sta di buona voglia che tu sarai contento, vuoi tu altro.~ ti contenti tu.~ hor vedi se si trovó mai la piu amorevoldonna inverso il suo marito.

Cesare. Non posso per l’allegrezza rispondere

Madalena. Io vo adunque risponderami poi, et poi meglio mi rallegreró del nostro ritorno

Cesare. Due fatiche ha l’huomo in questo mondo, che non si considerano, et pur son grandi. Una che si vede, et l’altra nó La prima é mantenersi: l’altra il sostentare la sua pazzia Non bastano i travagli del mondo che mi danno affanno da una parte che dall’altra, la pazzia d’amore non mi sia a cuore E si suol dire che nelle cose averse il ricco si sa prosperare, ma in questi mia passati, et presenti travagli, non mi hanno ancora saputo fare questo servitio: in modo che l’huomo ha da ringratiare piu Dio d’esserci nato savio che ricco; che se cosi fosse Io non sarei in questi laberinti Se io mi sviluppo adesso mai piu mi aggiro per si fatte strade. Lasciami andare in casa, a condurre il resto della mia pazzia a fine Io odo ridere pur che qualch’uno non m’habbi sentito a suo posta egli va in la; et io in qua


SCENA SECONDA
,
Vincenzo; Laura Madalena, e Druda
Vincenzo. Ah.~ ah.~ so ch’io rido stanotte: pur che non mi tocchi a piagner domani ogni cosa va bene: Dal viso infuori non paio io, il magnifico.~ incambio di stufarmi, io vo veder di coricarmi in un letto Come bene ho fatto il furto di questi panni sotto a quel gaglioffo: e dorme si sodo, che non lo desterebbono le bombarde. Il vecchio, v’é per due hore ancora; egli sta al caldo, del quale se ne rifá; et é entrato in un cicaleccio de suoi amori lungo lungo Lo Stufaiuolo che é forchebene dice, madesí, e tira il cordovano et aspettami: et io in quá; pure ch’io torni a tempo. da rimettere i panni al luogo suo bene stá: Ecco la chiave ecco il lanternino da ladri, potró vedere per tutta la casa Sta io sento sputare, Dio m’aiuti: non mi fare stentare chiave: la vacca é nostra, dentro dentro.

Laura. La fante s’é adormentata al fuoco alla prima, e Taddea debbe essere sul buono del primo sonno pur che noi giunghiamo la gallina sull’huovo basta

Madalena
. Il gallo bisogna dire

Laura. Egli é peggio che un cappone

Madalena Si nel suo pollaio ma nell’aia de gli altri dove si trova qualche granello straordinario e riescono un’altra cosa al beccare.

Laura. Tosto ne vedremo la prova

Madalena.
Bella cosa questa cittá libera; guarda che nessuno cerchi, se noi sian masti o femine.~ ma noi paiamo due signori.

Laura. Insegnatemi come ho dire alla Cortigiana


Madalena
. Lascia pur dire a me

Laura. Andate dunque inanzi voi che sapete la casa

Madalena
. Eccoci a casa Tic toc.

Druda. Chi é lá.~

Madalena. Son due forestieri che cercano camere locande

Druda. Adesso vengo

Laura. Credete voi, che sia stufato ancora.~ o s’io lo trovassi nel letto con essa vecchio pazzo.

Madalena. Ricordati, se
quell’amico ti viene attorno di dire, io son Fiammetta et mostragli, ció che io ti ho detto:

Druda. Venite dentro

Madalena. Tosto ch’io sento piagnere dalla banda di qua dentro. odi come ei carogna forte.


SCENA III
Chaterina,
et Bigio.
Bigio. Um.~ Um.~ um. Io son rovinato, e non so dove mi andare, um.~ um.~


Caterina. La vesta del messere, e su la tavola la sua camera e serrata di dentro cosa che mai si usó, Io sono stata a orecchiare a luscio, et m’é parso di sentire, che la lettiera si scommette tutta, del resto la casa é netta di brigate come un bacino da barbieri;

Bigio. O sciagurato a me; io voglio andare a casa amazzarmi. um.~ um.~

Caterina.
Dio sa dove son l’altre donne; va rinvergale tu per questa terra. Io voglio ancora io andare a cercar’ del Bigio alla stufa ma Eccolo che ne vien piangendo, de vedi figura o vedi fantocciaccio in giornea.

Bigio. Caterina, corri su per un coltello, et sgozzami che io son’ morto.

Caterina. Per che.~ Che cosa é stata.~

Bigio. O Dio, la vesta del messere; la berretta il brachiere la Chiave um.~ um.~ va per il coltello.

Caterina. Che vesta, che chiave: la vesta e su la berretta et la tavola su la vesta la chiave ha aperto l’uscio, se tu briaco non lo vedi.~

Bigio. Sogno io, o dormo.~

Caterina. Tu mi pari l’abbrivida
, che fai tu di cotesto catelano attorno.

Bigio. Come
ha fatto il messere a volare nel letto, s’io so che si stufa.~

Caterina. Chi é adunque in letto.~

Bigio. Chi v’é tu che se stata in casa.~

Caterina. Io ho dormito al fuoco

Bigio. Et io ho sonniferato cosi un poco poco sopra una cassa

Caterina. E d’un bel sonniferare poi che messer t’ha fatto la beffa de panni che tu non l’hai sentito.

Bigio. Io gne ne dovetti dare inanzi ch’io pigiolassi.


Caterina. Ah.~ ah.~ e egli nella Stufa da dovero.

Bigio. Credo di si lasciami veder la vesta prima et poi ti diro, s’egli é vero o

Caterina. Sai tu cioche io voglio, che noi facciamo.~

Bigio. Che.~

Caterina. Andiancene di la in camera terrena et rassettereno un poco quelle masseritie, et quei letti, in tanto torneranno le donne

Bigio. Che le sono ite di notte fuori.~ messere sta fresco.

Caterina. Tu
vedi ogni un va carnescialando, vedi anchor la giú un’huomo, e una donna che debbono

Bigio. Lasciami veder prima se la vesta é di sopra et poi, faren’ cioche tu vuoi, va sú

Caterina. Si ben mio anima mia.


SCENA IIII.
Druda, et Maddalena
Druda. La compassione del povero aflitto, et mezzo vivo gentilhuomo, mi ha fatto serrar’ Laura in camera, con dire che aspetti il vecchio e v’andrá il vostro Cesare

Madalena
. Ah.~ ah.~ ah.~

Druda. Voi ridete; se mi fosse stato marito, come é a voi non lo comportava mai, morto a suo posta.

Madalena. Ho ben fatto uno incanto basta.

Druda. Basta am.~ incanti mi piacque, voi havete un buono stomaco, come andrá la cosa.~

Madalena. Benissimo, state a vederne la riuscita

Druda. Sia con Dio andatevene a Casa, et io andró a trattenere il vecchio et di tutto lo scompiglio lascio il carico a voi

Madalena. Si, si: buona notte. Io ho quasi mezzo paura ad andar sola, cosi travestita da huomo Che vuol dir’ quest’uscio aperto.~ Che sará mai, il vecchio é pur nella trappola. Dio voglia che quel famiglio porco, et la nostra porchetta non habbin fatto qualche maladitione. Sempre ci nasce qualche matassa da sviluppare. Intanto io entreró di qui: et serreró l’uscio, chi vorrá poi venire in casa; mi fará motto


DEL TERZO ATTO IL FINE


ATTO QUARTO.
SCENA PRIMA.
VINCENZO
, E MADALENA
Madalena
. Tutte le disgratie quando le cominciano, soglion’ venire a un’otta et le gratie a una a una: ma questa volta le felicitá, mi son venute a un tratto tutte.

Vincenzo. Chi direbbe mai che la sorte m’havesse fatto tanto favore.~ et in che modo. Sono ito in una Stufa a diventar’ (per amor) ladro: e truffatore et in una patria lontana dalla mia, tante centinaia di miglia; a ristio di capitar male travestitomi aperto porte cercato case le son faccende ch’apena si credono.

Madalena. E io ci venni, et mi posi come per ischiava in nuove contrade, et fra gente in altra maniera nutrite, et alla fine mi son condotta a condurre la povera figliuola, a cercare i difetti del marito Ma questi discorsi non son peró d’allungargli piu Io andró a Laura: della Taddea l’é fatta: come io torno s’acomoderannno tutte le differenze. vattene al letto

Vincenzo. & la vi aspetto adunque


SCENA II.
Madalena
, & Druda.
Druda. V’aspettavo al passo vedendovi venire in quá

Madalena
. Come la fa Laura.~

Druda. Ah.~ ah.~ so che il signore ha avuto il mele, & le mosche

Madalena. Oime per che, ecci nulla di rotto.~

Druda. Nulla insino a hora

Madalena. Si debbe pure esser contentato a modo suo

Druda. Il vostro incanto credo che sia stato da dovero. E non so dire altro se non che la gli disse non so che pian piano poi volle il lume, et mostrogli le braccia, et le spalle, e ’l petto tanto che egli entró in un pianto dirotto che mai ha fatto altro che baciarla, et chiamarla figliuola. et piangere dirottamente O la voi piagnete ancora voi: non habbiate dubio nessuno che non ha fatto cosa alcuna.

Madalena. Piango cara sorella d’allegrezza

Druda. Io restai stupida anch’io et egli mi pare impazzato

Madalena
. O che bello accidente: andiamo dentro che voi udirete cose nuove: et Laura si ha da riempire
anch’ella d’un maggior diletto et voi, e tutti. hor ditemi un poco che fu di messer vecchio.~

Druda. Lo Stufaiuolo, gli mostró la scala segreta, che viene in casa, egli picchió un pezzo; bravó, et pregó: ma nulla gli valse, ne fu di giovamento Credo che si gettasse vinto dal sonno sul lettuccio dello stufaiuolo a dormire Uditelo che grida a corr’huomo la dalla stufa. E vien fuori gente, entriamo, in casa noi


SCENA III
,
Niccoló, et Stufaiuolo.
Niccolo. O ribaldi marihuoli asassini traditori, a questo modo. poltrona Tedesca gaglioffa, a un mio pari, si em.~ a signori dinotte criminali; Truffatori cani; A un gentilhuomo am.~ Si che oltre al rubarmi, e asassinarmi voi m’havete amazzato il mio Bigio. Io ti vo fare impiccare stradaiuolo, non istufaiuolo. Lascia lascia che io mi vadi a rivestire vedrai se io ti gastigheró. Vinegia non é miga il bosco di baccano, o le montagne dove venne tuo padre di Tedescheria aspetta pure.

Stufaiuolo. Magnifico messere. Io sono huomo da bene, et che sia il vero Ecco che il vostro famiglio, nel truffarvi i panni, et fuggirsi gli é caduta la borsa con la cintola et io ve l’ho conservata o l’é dura i danari ci debbono esser dentro confitti.

Niccolo. Tu ne menti per la gola, che la borsa l’ho quá, et sempre l’ho tenuta nelle mutande: anzi havete amazzato il poveretto del famiglio. o povero Bigio almanco havessi tu potuto dir tuo colpa, dell’havermi fatto arrovellare, et biestemmare.

Stufaiuolo. Questa borsa, fará in giuditio testimonianza della mia inocenza.

Niccolo. Va pure alla malhora ribaldo.

Stufaiuolo. Io non so tante cose, voi ne portate un saio di velluto una berretta con una medaglia d’oro un pennacchio nuovo di trinca, et una spada che val cento, ve cento; et poi cento mozzanighi, per una vesta et Dio sa come l’era.

Niccolo. Che si che io ti do cento infilzate con questo stocco.~

Stufaiuolo. E io serreró l’uscio, et diró a signori domattina che voi m’havete rubati cotesti panni, et et che havete fatto andar via il famiglio con i vostri, per tradirmi, et asassinarmi in casa mia.

Niccolo. Am, forfante se tu non serravi, io ti insegnavo dirmi ladro. lasciami andare a casa. O che ribaldi parti egli che per una volta io sia stufato. Oime la saracinesca della mia porta é aperta La mi pare tutta sforacchiata. Tic tac Toc.~ ta ta ta tac: Soneglin morti costoro. Tic. tac. toc. L’é pur la casa mia s’io non dormo; Questa sarebbe bella ch’io sognassi truffato rubato asassinato spogliato, et peggio fuor di casa: Io camino pure io debbo pure esser desto Ou, Ou, tic tac, Laura Madalena Caterina, forse ci sará dentro il famiglio, et messosi adormire et a questhotta quei di sopra lascerebbono piu tosto la casa rovinare che disagiarsi. Credendo che io habbia la Chiave Il poltronaccio, quando si ficca il capo in seno e pare un sasso si dorme sodo. E si e’ sará morto. Sará meglio che io vadia per un magnano, et faccimi aprire altrimenti
non ci veggo grascia di andar dentro tanto é de cattivi partiti bisogna pigliare il migliore. Vedi a quello che é condotta la mia magnificenza. ma inanzi ch’io vadia voglio tastare se l’uscio di dietro fussi mai aperto: et poi faró la via di lá:


SCENA IIII
.
Bigio: et Catherina.
Bigio. Chi domine era quello che voleva rovinar la casa, et la porta, hai tu udito Caterina.~

Caterina. Che si che noi reditiamo questa casa.~ La Camera é chiusa, et la vesta di messere si stá su la tavola dove ell’era: vogliamo noi andare su qualche ballo in maschera: tu vedi se altro non ci accade noi siamo padroni che ogni uno s’é perduto

Bigio. Con che ci travestiremo noi.~

Caterina. Con la vesta di messere io: e tu con miei panni

Bigio. Andiamo che domin sará mai.

Caterina. Ecco ch’io vo
per essa

Bigio. Stavo
a pensare fra me, cio che si fará di si gran casa.~ Io la voglio se la mi resta affittare se la Caterina stará forte peró

Caterina
. To metti sú, e daremo una volta su balli

Bigio. Et andremo da poi a vedere se messere é alla stufa Socchiudi l’uscio (se tornassi per sorte) a ogni modo, non sara veduto aperto

Caterina. A Lucca ti viddi, s’io mi metto a ballare, o che salti, guarda caprihuola che
é questa

Bigio. Rimettiti la vesta pazzerella et aiutami aconciare questa tua
bene indosso Dove hai tu tolte coteste maschere.~

Caterina. Di camera, di monna Maddalena Io mi rallegro che noi sian padroni di casa, sará meglio che noi ci togghiamo, marito et moglie

Bigio. Senza dote non faró io cotesta pazzia.

Caterina. Mancherá la dota. Non ho io un forno che é mio.~ et un monticello nella villa cava presso a Poppi con un boschetto intorno intorno.

Bigio. Tu hai una rendita d’un podere.~

Caterina. A lo tu a sapere hora; con un horto, apiccato a quello con fichi, et nespole et altri frutti che sono quasi insalvatichiti, per non havere un’hortolano che ci attenda gagliardo di buon nerbo a modo mio; o frutterebbe bene.

Bigio. Seccosi é: io ti torró et lavoreró a mano cioche vi é et annesteró quei frutti che diventeranno dimestichi, et saporiti

Caterina. Se tu provederai qualche marza rigogliosa la fará una prova grande; per ch’egli é terreno smosso soffice soffice et per tal segnale vi fanno naturalmente i fichi lardegli tanto lunghi

Bigio. Vacche io son contento, di far cioche tu vuoi Volta volta di quá che la giu é tanta brigata che debbe essere il Bargello; volta Caterina volta.


Caterina. Anzi nó che son gentilhuomini; aspettiangli, et andremo tutti in un mazzo come gli stornegli mettianci le maschere, et fermianci


Scena V
Laura Cesare Druda Madalena Caterina, et Bigio
Druda. Si lamentano poi i padri, quando noi altre donne facciamo figliuoli con qualche segno le voglie servono pure a qualche cosa.

Cesare. Dal viso in fuori, non mi son mai dispiaciuti

Madalena. E io sono stata tanto in casa, inanzi che gne ne vedessi.~ pure la si amaló et nel governarla in letto la riconobbi a quella macchia grande su le spalle, et me ne certifichai con il resto et con dimandargli, se la si ricordava, d’essere stata menata via con suo fratello

Laura. Et io vi seppi dire ogni cosa

Madalena. Si: et eri pur piccina

Druda. E io che me ne andava presa alle grida; quando la menavi come alla beccheria.~ voi siate una sagace donna et voi messer Cesare che vi ha tenuto su la corda tanto.~

Cesare. All’amore che io portava a costei mi pareva gran cosa, che non ci fosse un sopranaturale influsso.

Laura. Andianne ch’egli ci é cento cose da fare et da dire ce ne sarebbono mille O ó voi non vedete la messer Niccoló, per la mia fede ch’egli ha seco una femina: egli ci ha veduto. Questa cosa fara per noi

Madalena.
La vesta era pure in casa come é possibile che sia entrato dentro, Io serrai pur bene. ci sará di nuovo certo: finiranno mai tanti garbugli.~

Druda. E sono in maschera.

Laura. Io saró la mal trovata.

Cesare. Ogni cosa s’aconcerá lasciate dire a me che cominceró con le brusche et poi verremo alle dolcezze all’amicitie, et parentadi Do vecchio senza cervello é questa hora d’un pari vostro d’andare in maschera a torno.~

Druda. Bella gentilezza, volere sforzarmi la porta.

Cesare. State fermi dove volete voi trafuggarvi.~ tieni quella femina druda.

Laura. U. poverina a me: si vede bene ch’io non ho nessuno de mia in questi paesi.

Madalena. Vedete come gli stá intirizzato.~

Druda. Sentite come questa vacca sotto la maschera ride.~

Cesare. Cavatevi le maschere mostrateci il viso.

Bigio. Ah.~ ah.~ ah.~ ah.~

Madalena. Che ti caschi mezzo, il naso bestia, vedete questa altra pazzerella e ci impazzerebbe Vergilio.

Cesare. Non piu risa di gratia lasciategli andare aspasso, e torneranno a casa quando verrá lor bene

Bigio. Insegnatemi il messere: che ne fu egli, dovette morire am.~


Madalena. E s’é perduto et noi vogliamo andare a Padova con questo gentilhuomo date qua le mie maschere e andate Carnescialando, insino che havete sonno: se verrete mai a Padova ci rivedremo andatevi con dio

Laura. Che volete
di nuovo far qualche comedia.~ andate piu tosto alla Stufa per messere

Caterina
. Va la Bigio inqualche luogo andren noi, tantara tantararan tá tá. o che buon tempo.

Madalena. La porchetta ha lasciato l’uscio aperto; et dovette aprire al famiglio va tien servidori et fantesche poi: fidatevi brigate di si fatte generationi

Cesare. Io ritornero a casa per non iscomodare Gianni Batino et ritorneró all’allegrezze poi che ho pianto tanto inanzi ch’io pianga di nuovo piu mi riposeró un poco, et la Druda verrá anch’ella a mutarsi d’habito

Madalena. Sará
bene e tornate tosto.

Druda. Buona notte.

Laura. Buona notte, et buon anno Venite subito.


DEL QUARTO ATTO IL FINE.


ATTO QUINTO
SCENA PRIMA.
Niccoló Magnano, et Maddalena
Niccolo. So che voi dormite sodo, Io ho avuto a rovellarmi intorno a quell'uscio, et hai penato un hora a vestirti.

Magnano. I pari nostri lavorano il di et la notte; a questa hora siamo ubriachi nel sonno

Niccolo. Non piu parole eccoci quá: guarda che nel girare con il grimandello per quella saracinesca, tu non mi rovinassi qualche ingegno

Magnano. La magnificenza Vostra non dubiti. Io sono usato a tastare altre serrature che la vostra Io ho rimesso insieme tali rimbrencioli di toppa che per volerla aprire con chiavi che non vi si affacevano erano tutte strambellate, una cosa brutta da vedere

Niccolo. In effetto, la mia é serratura di riguardo, bisogna destrezza

Magnano. La magnificenza Vostra che non ha il braccio gagliardo penso che vadia lentamente: peró non l’havete mai guasta: chi l’ha tocca testé.~

Niccolo. Che diavol ne so io. la chiave l’haveva il famiglio

Magnano. La magnificenza Vostra sta fresca poi che fidate la chiave della porta principal di casa al famiglio, o egli puo mettere, et cavar fuora; la roba quanto gli piace. Alla padrona non debbe piacer molto

Niccolo. Madesi queste nostre gentildonne pigliono tutto in buona parte et non sono cosi schife come quelle del tuo paese

Magnano. La Vostra
magnificenza non é da Ca Cornaro.~

Niccolo. Messer nó ch’io sappia,

Magnano. O l’é guasta o egli é serrato di dentro; aprir non si puo egli

Niccolo
. Sconficca rompi dagli spezza la porta con quel martello.

Madalena. Chi rompe l’uscio.~ via ladri: al ladro al ladro.

Niccolo. Tu fuggi magnano, non fuggire: Diavolo e' , va tienlo tu: Il padron di casa son io non mi conosci.~

Madalena
. Il padrone non veste alla forestiera, tu mi pari un soldato, al ladro correte al ladro.


Niccolo. Dio mi aiuti se corre la vicinanza Io sono svergognato. Sará meglio che insino a dí io mi posi qui incantonato o insin’ che passi la guardia, che mi conoscerá per gentilhuomo


SCENA II
Stufaiuolo;
Caterina et Bigio
STU. Dico ch’egli m’ha havuto d’amazzare. e domattina mi vuol far comandare all’ufitio dinotte.

Caterina. Quando domattina.~


Stufaiuolo. Madonna si monna Massara guarda chi mi ha havuto a rovinare. To qui la sua borsa et va riparaci, porta a casa i panni

Caterina. Am’ Bigio se sará di di come lo fará egli comandar di notte. Che novelle, va la che ci beffa getta via cotesto brachieri e andiancene a casa nostra so che non vi sará nessuno Io voglio che tu ti ritiri dalla parte di dietro o vorrai quella dinanzi. forse che le stanze di la piaceranno piu, per esser piu fresche et starenci da vecchietti, a ogni modo del padrone non se ne sá nulla: et le donne si vanno con dio Se noi affittiamo, se ne caverá un buondato di pigione la sala é grande, et le camere dentro sono assai

Bigio. Tu vuoi dire che una parte che ne affitti ci fará le spese.

Caterina. Si
largamente

Bigio. Se tu tenessi a camere locande per tutto non sarebbe meglio.~

Caterina. Si bene et guadagnerassi piu ancora.

Bigio. Pur che tu possi la fatica di reggere alla gente che verrá E vien tal poltrone ad alloggiare tal volta, che é fornito dasineria, non so come tu starai patiente, al suplire di qua et di la a tanti.

Caterina. Madesi, Io son gagliarda, e mi basta l’animo di sodisfare a un comune.

Bigio. Poi che ti contenti cosi andiano a metter la scritta su la porta, e ’l cerchio

Caterina. Quanti danari, caveremo noi am.~ quando io havró pieno per tutto: ho io staró contenta. & me ne gioverá pure a tirar quelle poste, ch’empiono la mano di que mozzanighi larghi et marcelli.

Bigio. La fava e vi ti pare essere giá.

Caterina. Si a me: Ma chi é quel bravaccio la in quel cantone .~ e viene a noi


SCENA III.

Niccoló Chaterina, & Bigio.
Niccolo. Dove vai tu ribaldo con la mia vesta intorno.~ O la tu sei la Caterina, che fai tu de miei panni indosso dove gli hai tu havuti.~ Quest’altra massara chi é.~ volgi il viso.

Bigio. Sono il vostro Bigio caro caro.

Niccolo. O bestiaccia tu dovesti imbriacarti nella stufa, et mi rubasti i panni.

Bigio. Perdonatemi che io vi diró tante belle cose

Niccolo
. Di la veritá se non ch’io ti ficco questo pugnale in corpo.

Caterina. U. u; messere ficcatelo inanzi a me, et non amazzate il poveretto, che non ci ha colpa
voi siate sí bello di velluto o voi siate bene si ben vestito: voi dovete andare in ufitio potestá alle Bebe per la signoria o a Bergamo.

Niccolo. Sta cheta bestia, di su Bigio

Bigio. Io dormivo sopra la vesta et la mi fu tolta, et poi trovai l’uscio aperto, et la camera su la vesta che la tavola era serrata, et la berretta.

Caterina. E io al fuoco adormentata che v’aspettavo senti uno spirito folletto la dentro che dimenava forte forte la vostra lettiera dove dorme madonna Laura

Bigio. Questa importa ben piu, i panni son qui loro.

Caterina. Io v’ho pianto per morto et cerco per tutta questa terra

Niccolo
. O sciagurato a me che novella vergognosa sará del fatto mio.~

Caterina. Bigio di quel che dice lo Stufaiuolo di quel signore.~

Bigio
. Non menericordo

Niccolo.
Che signore.~

Bigio. Non so dir altro, se non che madonna Laura stanotte colá colá, vi cercava, con donna Maddalena Uno imbasciadore una Reina che so io il Doge, con la signoria tutti tutti si ridevono di voi di me et della fante

Caterina. Tu racconti la villania.~

Niccolo. A chi fu detta questa villania.~ á bestia.

Bigio. Messere e vi disse
castronaccio marihuolo bestia.

Niccolo. A me.~ am Castronaccio.

Caterina. Magnifico messer si a me che haveva la vostra vesta

Niccolo. Voi sete imbriachi o loro non si conosce dal viso di questa marihuola al mio.~

Bigio. Si ma l’haveva la maschera

Niccolo. Mostra qua se la mi somiglia

Caterina. La Maddalena
, et madonna Laura, l’hanno portate a Padova

Niccolo. Adunque voi sete pur da dovero iti in maschera.~

Caterina. Messer sí a cioche voi non fossi conosciuto, e fu bene; per che la magnificenza di madonna quando la vi diceva poltrone puttanieri Stufaiuolo vacco lupa e asassino la non disse a voi ne, a me; per che io non era voi, et la maschera non era me

Niccolo. Che ha da fare Padova, con Maddalena; Io non saprei con queste bestie che mi dire o fare Il fatto stá che io sono in un viluppo grande, et son’ per cadere da tutti gli squittini, infino da panni oro: Sia come si voglia o povero Niccolo. Andate la in casa ch’io voglio di questa dimenata di lettiera chiarirmene affatto

Bigio. Ecco la chiave
, o chio vadia inanzi.~

Niccolo. Ficcatela ne gli orecchi hora che gli é stata rotta
la serratura.


Caterina. Non vi diss’io messere non ci mettete coteste toppe gentili, che si fanno nelle terre forestiere.~ ve lo dissi pure.

Niccolo. Si per la fede mia ell’é una saracinesca genovese d’acciaio bonissima

Caterina. Quelle di qua da Vinegia Maschie
son migliori che s’usono hoggi di per tutto et si puo aprire da un canto, et dall’altro

Niccolo. Tanto se nera. Io son di fuori: in questo mezzo, et per tutto saró svergognato; andate la chel diavolo ve ne porti.

Caterina. Voi, non o messere messere fermatevi, e son qua dietro quei Re quel Doge et quella Marchesana.

Niccolo. Dove sono questi miracoli: e mi paiono ser forestieri Dio sa cioche sono, hoggi ogni furfante la sfoggia


SCENA IIII.
Caterina Niccolo Cesare, Druda & Bigio.
Cesare. Ben trovato magnifico messere.~

Niccolo
. O lá io non vi conosco, et voi conoscete me. Ben venga chi sete voi.~

Cesare. Sono, un gentilhuomo Genovese mercatante e ho da spendere parecchi mila ducati

Bigio. Il mio padrone non vende nulla che sono di fede commessi i suoi beni

Niccolo
. Cheto bestiaccia.

Cesare. Et Maddalena che é in casa la magnificenza vostra: é mia consorte, et cara donna

Caterina. Voi ne tenete un bel conto, a tenerla per fante l’é ita via, con voi.

Niccolo. Andate in la famigliacci, canaglia, state cheti.

Cesare. Noi sconosciutamente fuggimmo della patria; et siamo stati segreti, et nascosti sotto altro nome, hora ci conviene palesare; et con quello honore ritornare a Genova, che si conviene: havendo giustificato il mondo con l’innocenza mia, et son padre di Laura; et mi chiamo dirittamente Gregorio Spinola

Niccolo. Di mia moglie.~

Cesare. Vostra moglie, é mia figliuola; et Maddalena é suo madre

Niccolo. Oime oime, Io son tutto intenerito, oime; voi siate mio signore mio padrone, e tutta la casa, e cioche io ho, é vostro: et della vostra donna. O moglie mia cara che allegrezza havrai tu. Oime Oime che dolcezza grande.

Cesare. Questa é la Signora Druda, che ho fatto tor per moglie allo Stufaiuolo: et gli do la dote io et verranno tutti meco a Genova, dove staranno benissimo. Ell’é quella cortigiana vostra Io la mia donna, et lei venivamo stanotte per notificarvi il tutto: e trovarvi intorno a quella porta che la magnificenza Vostra volle forzare; per amor di costei hora da bene

Niccolo. Perdonatemi tutti gli huomini son di carne

Bigio. La Signoria Vostra ser voi non é giá quello, che mi tolse la Chiave, et mi dette il mozzanigo.~


Niccolo. Hora
, si scopriranno tutte le maccatelle.

Cesare. Dice il vero questo matto, la vostra vesta con inganno fu rubata da colui, di chi sono cotesti panni, per farvi (a parlar netto) vergogna in casa: Chi la tolse, et come l’é andata udirete, come tutti siamo in casa

Niccolo. Ringratiato sia Dio Io son tornato a mano, a mano in me: et potró comparire.

Caterina. Bigio, lo Stufaiuolo s’é rivestito, et passeggia al fresco.

Bigio. A suo posta, e io andró a sedere al caldo: poi che noi habbian perduto la casa

Caterina. Chi fa il conto senza l’hoste l’ha a far due volte messere, va su con il capo pieno di fantasia per veder che spirito era quello tentennava la lettiera


SCENA Va.
Stufaiuolo solo.
Chi direbbe ch’io fossi quello di quel berrettino di paglia.~ non paio un gentilhuomo.~ tal mi diceva ignudo, poltrone: che mi dará hora vestito del signore Hor su il mondo é una gabbia da pazzi. La Virtú non vale una stringa: se la non ha di quei tiffi taffi attorno. come si sente sonar quella seta le sberrettate volano; signor si messer quá et magnifico la. Se fusse l’Imperadore, in un saio di cottone e toccherá del Facciamo a dire il vero che cosa é la ricchezza sola, alla fine.~ Et pur di tutti i ricchi é tenuto conto: da i piu dico che de virtuosi Io ho lavato nella mia stufa di grandi huomini, iquali venivano dentro nudi; io non conoscevo differenza alcuna, et la mandavo tonda all’uno, et all’altro Ma poi nello spogliatoio; questo era di velluto, et quell’altro di saia: in modo che io attendevo a quelle sete; et lasciavo il panno da un canto Vien veggendo poi i mal vestiti erano i sapienti, et mi dicevano di belle cose. Et quegli altri parevano un pezzo di carne con due occhi Vedete a cioche noi siamo sottoposti, per la speranza di tre quattrini di piu e tal volta la va di pari. noi siamo schiavi de ben vestiti. Volete voi altro che mi crepa il cuore di si fatta stoltitia del mondo. Se lo dicessi un morto; tutti habbiamo a essere alla fine nudi Non ne porterá piu il Re, che ’l filosopho: Tanto varrá il lino, quanto la stoppa Basta ringratiato sia Dio; Io sono uscito di Stufaiuolo, dice bene il vero, chi ha d’haver ventura: sia dove si voglia: poco senno basta la lo trova in sin nelle stufe. Io me ne andró a Genova con questo ricco mercatante; con la Druda la quale sposeró forse in vostra presenza come ho dato la fede: et usciró di stenti Ho quanti casi inpoche hore sono accaduti.~ ne vedrete de gli altri et qui e altrove, il mondo é sopra un certo carro, che gli sdrucciola malamente: Lasciami accostare, et entrare un poco nella lega de gentilhuomini, et del signor si, et signor nó, bacio la mano, et servitore in effetto il mondo é una comedia che non ci manca nulla. Tic toc tac toc, Dio sa se sentiranno battere, in tanto piacere debbono essere Tic toc.


SCENA VI.
Stufaiuolo Bigio, et Caterina

Bigio. Chi batte.~ O Stufaiuolo; tu sei si razzimato tu mi pari un cesso ripulito; tu non sapete voi che quello che mi rubó i panni, et la Chiave mi dette da imbriacarmi; era fratello di Laura, et era inamorato di lei, et non sapeva che la fosse sua sorella. Il bello fu che egli entró nel letto per contrafar messere et in cambio di madonna Laura vi trovó la Taddea che dormiva; vedi bella cosa, apunto l’era fracida di lui, et fecion nozze

Stufaiuolo. Io so ogni cosa, et madonna Maddalena é stata quella che ha riconosciuto suo figliuolo, et gli ha fatti torre per marito, et moglie: et io ho presa la Druda Cortigiana

Caterina. Io voglio te Bigio, lo diró a messere; se tu non gne ne di tu. tu m’hai promesso di lá sul letto piu tre volte

Stufaiuolo. Sará ben fatto che sarete una coppia, e un paio cosi beccheremo tre sponsalitij a un otta Lasciami andar di sopra, a farmi vedere

Caterina. Senti, che vengono a punto tutti giú tutti credo che voglino andare a casa, la magnifica madonna Taddea

Stufaiuolo. Buon pró vi faccia signori Eccellentissimi Perdonatemi magnifico messere


SCENA Ultima
Tutti sul palco della scena
Niccolo
. Io ti perdono messersi. volentieri, Io ti perdono

Cesare. Ben venga messer Gottardo e non si dirá piu stufaiuolo.

Stufaiuolo. I panni rifanno le stanghe; Io ho gia guadagnato con essi il messere: pian piano andremo alla Signoria.

Laura. O padre caro mio o fratel mio buono, chi havrebbe mai creduto dopo tanti anni, e tanti travagli, che noi fussimo insieme con tanto diletto.~

Niccolo. Per l’allegrezza, non posso spiccar la parola

Bigio. Messere io ho pensato madesi; d’uscire di tanti fastidj

Niccolo
. In che modo.~

Bigio. Io voglio tor qui la vostra fante di cucina

Caterina. Vedi balordo; di madonna Caterina

Bigio. La Signora Caterina per moglie et copularmi in legittimo adulterio

Niccolo
. Fa prima un salto

Bigio. Ecco fatto et bello

Niccolo
. Tu non facesti mai, il piu cattivo. Io son contento

Caterina. Io gli dó quanta dote e vuole ma io ne voglio un contratto; confessa ancora di quei cornabó che gli ho dati et darognene de gli altri

Cesare. Buono o buono

Bigio. Voi che mi darete Signor Vincenzo.~

Vincenzo. Io ti vestiró tutto di nuovo; poi che ho trovato, padre madre sorella, et moglie a un tratto.

Caterina. Voi magnifico messere che mi darete per honorare il mio maritazzo.~

Niccolo. Quella testa che ha le ghiere d'ariento, di cerbio grande per metterla sopra la sua arme


Caterina. Lo provederó ben io di cimieri non vo privar la casa di si bella reliquia, datemi altro.~

Laura. Andiamo che non mancherá da dare a tutti

Druda. Si che noi staremmo tutta notte qui


Stufaiuolo. Voi, vedete spettatori le nozze di Taddea si vanno a hordinare con tutte l’allegrezze che sien possibili: quelle del Bigio si faranno magramente Chi vuol di quelle buone et grasse, se ne vadia et chi di quelle di Caterina torni un’altro giorno Delle mia a dirvi il vero non mi basta l’animo di dir venite domani; come voi mi vedete cosi mi scrivete: Sel signor mercatante mi donerá qualche cosa che io le possi fare; sarete de primi invitati Per istasera, voi siate licenziati


Il fine della Comedia




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